Passeggiata

La luna se ne stava fuori da un po’, bella larga e metallica a scrivere l’irrinunciabile preludio a un’uscita del tutto prevedibile – oggi m’è mancata testa ogni momento, lì dentro. Così eccoci: fuori. Incrociamo qualche ranocchio che se la canta da sotto le siepi mentre sembra che tutti i grilli del pianeta si siano radunati qui per l’unisono che ci farà scoppiare. Ma le poche auto che sfrecciano rompono tutti i piani, già solo spostando l’aria. Poi arriva una musica da lontano, un ritmo, l’idea di una voce… chissà dov’è (vorrei essere lì da te).

Camminiamo e ci lasciamo un po’ attraversare, io e Laica sul marciapiede largo, mentre sfioriamo vecchi recinti decorati all’obbrobrio e giardini curatissimi ma senza studio. Due o tre cani soltanto ci hanno abbaiato, sinora, e da distante – perché la notte i cani si ritirano dietro un portone a sciogliere tensione ciucciandosi una zampa? no, è che la notte i padroni li chiudono di forza in garage, e non per proteggerli dal freddo. Siamo in zona “controllo del vicinato”, dicono gli adesivi sui molti pali e su alcune cassette della posta.

A me, però, pare soltanto una zona che passò in pieno dentro al boom dell’alluminio anodizzato attaccandosi addosso controfinestre che continua a trascinarsi dietro, e orgogliosamente in quest’epoca di classi del risparmio energetico. Ovvio: sempre rigorosamente chiuse, a parte l’ora d’aria la mattina, anche d’estate – air conditioned in tutte le case oramai – e anche stanotte che c’é un vento leggero a spazzare via i cattivi odori e portare un tale fresco che era doveroso evitarlo, di cucinarsi i sensi nell’acido d’una casa ermetica.

Certo, l’efficacia antintrusioni delle doppie finestre chiuse va considerata… Intanto una tizia su ciabattine col tacco sembra inseguirci. E’ in accelerazione continua, ci raggiungerà, da un momento all’altro la vedremo affiancarci. Che andatura strana. Sembra anche lei viaggiare sul vecchio filo inutile della rabbia: tutte e due perdemmo l’ultima discesa, si capisce. Ma il tacchettio smette. S’è fermata. Mi fermo anch’io, lascio pascolare la bestiola. Mi volto: non erano ciabatte col tacco, solo un paio di vecchi zoccoli di legno – da dove li avrà tirati fuori. Sta ai bidoni della spazzatura a svuotare, con gesti lentissimi e complicati, il suo secchiello dell’umido. Fortuna che siamo lontane abbastanza: chissà che odori sta liberando (non ho ancora riperso il tuo, lo sai).

Riprendiamo la nostra direzione, io e la bestiola. Ora che è stata menzionata la rabbia, anche l’azione di fine dì del liberarsi la casa dal rifiuto organico diventa estremamente significativa. E introduce il solito disgusto, ma per me stessa, non per il resto. Poi però qualche finestra comincia a mostrarsi aperta, del tutto. Le case sono un po’ diverse in questo punto – meno metri quadri di giardino per ogni metro cubo di coperto, per dirla in breve. Anche il marciapiede s’è fatto esiguo. La luce blu dell’antizanzare elettrico su un balcone ricorda che c’é una luna bellissima qua sopra, poi l’incandescenza appena visibile d’una cicca da un davanzale mi fa sentire come al sicuro; persino le voci che arrivano da un televisore rinfrancano – l’angoscia perde terreno, decisamente.

Camminando, poi, fino a piazza Mercato, verso il parcheggio, incontriamo umani in niente minacciosi: una giovane con in braccio una bambina addormentata ha sbloccato col telecomando le portiere di un’auto rossa, mentre un uomo apre quella posteriore del lato conducente, dicendo: “è proprio crollata! certo che mettersi in strada a quest’ora… Sarai stanca anche tu, potevate restare”.

Ed è qui che chi m’accompagna piscia per la dodicesima volta.

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