Maria Luisa

Maria Luisa veste di blu e pesca oggi, pantaloni con la piega e camicetta ricamata come quando deve andare in qualche posto che le richieda di essere un minimo presentabile: dal medico, in visita a qualcuno per un motivo particolare, al ristorante con la famiglia, o a “la sagra de Miràn”. In chiesa no, non ci va se non nelle cerimonie obbligate, al contrario di sua cognata, che tutte le Domeniche la vedi rincasare pedalando, la mattina presto, dentro un qualche tailleur che le sta sempre lungo di maniche e una camicia spesso a fiori, coi boccoli irrigiditi da lacca e fermagli sulle tempie: fa in tutto una decina di chilometri e solo per la messa.

Le loro case sono adiacenti, e ognuna vive oramai sola col proprio consorte, in legami che pesano più o meno mezzo secolo l’uno. I consorti – tra loro fratelli – s’assomigliano poco esteriormente, sebbene da giovani sembrassero due gocce d’acqua, dicono. I loro corpi sono invecchiati divergendo, dunque, ma non le loro abitudini, pare, così uniformi – da vecchi campagnoli. Tutti e due se ne stanno sempre in casa, cioè in orto, o in cortile, stagione permettendo. E poi pasti sempre accurati per entrambi e vinello misurato nel bicchiere piccolo: solo mezzo o poco più a pasto, con le mogli vigilanti attente, generose dispensatrici invece di tivù – evvai sul divano in soggiorni che sanno di muffa, entrambi.

Ci sono circa 350 anni tra tutti e 4 in quelle due unità accostate, il che non è certo eccezionale dal punto di vista di quanto tempo ha sinora vissuto ognuna di quelle persone, va bene. Però è un’enormità se pensi a quanta intensità di umano esistere c’è dietro quel recinto, a quante microstorie e pressione all’indietro e morte accumulata.

Maria Luisa mi parla della donna che si ritrovarono come suocera, per esempio. Ne parla quasi fosse un mostro, unico responsabile di quel pezzo di vita terribile, per lei, durato 25 anni da quella volta che venne sposa qui, nella casa di suo marito, più giovane dei tre fratelli tutti già sistemati in abitazioni più o meno autonome, sebbene vicinissime tra loro. Me l’ha sempre detto di quell’inferno che fu la prima parte della sua vita coniugale, ma sommariamente, senza scendere nei particolari o accennare a specifiche ragioni. Oggi invece mi dice più cose, così vestita a festa com’è – indossa persino il girocollo di perle, l’unico gioiello che i ladri quella volta non portarono via.

La signora suocera beveva, così mi dice.

Era alcolizzata – chiedo.

Mah, alcolizzata… essere alcolizzati è un’altra cosa – dice.

Sei un alcolizzato quando sei solo e abbandonato agli effetti dell’alcool, con nessuno che badi a te e perciò diventi un poco di buono, un trasandato, finisci prima o poi nei guai anche grossi, magari perdi la casa: ecco questo significa, per lei, essere alcolizzati. Sua suocera semplicemente beveva, invece, come tutti del resto in quella famiglia a quel tempo e come molti qua attorno, perché una volta quello soltanto c’era, nessuna altra forma di svago, così dice.

Maria Luisa ha fatto una vita tipica – per qua, s’intende. Ora ha un cancro, recidivo, colpita ancora a distanza di 4 anni. Ha appena finito la chemio, ma in forma leggera gliel’han fatta, stavolta. Ha ancora i capelli, infatti, mi fa notare ogni volta.

Con la sua malattia non ci ho capito molto, per quanto abbia voluto raccontarmene i dettagli. Lei stessa non ci ha capito molto, questo è il punto. Lei, come molti, per certe cose delega del tutto. La vedevo partire a piedi il Mercoledì mattina prestissimo, per andare a prendersi l’autobus per Dolo. Poi dei parenti l’andavano a riprendere, perché è tutto dopo il brutto: ti viene da rimettere e ti senti senza forze e dici ma-chi-me-l’ha-fatto-fare e forse-era-meglio-lasciarsi-andare. Ma poi ci ripensa e dice che ancora un po’ di vita la vuole avere, almeno arrivare ai cinquanta anni di matrimonio con quel sant’uomo, fare una gran festa, con tutti i familiari. Sì, è vero, spenderà un mucchio si soldi, sono in tanti se conti che le nipoti sono già tutte morosate. Insomma, i numeri raddoppiano come niente, in certi casi. E’ nel portafogli che niente mai raddoppia. In realtà non è vero neanche questo, perché Maria Luisa vince, cioè gioca. Più di qualche volta ha vinto anche bei soldini, dice. Gioca al lotto. Così potrà pagarsi il pranzo delle nozze d’oro tra due anni con una consistente vincita di mesi fa (e non lo sa nessuno a casa!) già messa da parte, dovuta a un sogno stranissimo in cui c’era proprio sua suocera.

Comunque non gioca tanto, no. Cioè, il gioco non è un vizio, per lei, non lo è mai stato, sottolinea. La vecchia invece sì, giocava parecchio, in modo morboso, quasi. Tuttavia, anche lei vinceva: c’è fortuna in questa famiglia, non si può negarlo, nonostante tutto. Anche quando sono capitate disgrazie terribili, poi i problemi si sono sempre risolti. E ora per esempio suo marito, a quasi ottant’anni, sta ancora bene, pur con tutti i casini che ha avuto. Certo, non gli ridanno più la patente ormai, e questo è un vero peccato, ma si va avanti lo stesso, in un modo o nell’altro, con l’aiuto di dio e delle figlie che, per carità, sono brave figlie, stanno loro dietro davvero con pazienza e a volte mettendo anche al secondo posto i propri impegni: no, non può davvero lamentarsi.

Sua suocera, dunque, che beveva tantissimo (quando è morta han ritrovato diversi bottiglioni da due litri nascosti nel suo armadio), era una cavalla: sempre piena di cattiveria latente, ma anche di energie buone. Lavorava molto, e andava dappertutto con la sua bicicletta, andava spesso anche fino a Mestre, era in gamba, sì. Solo, voleva comandare, e non le andava giù ci fosse una donna giovane in casa, aveva paura di perdere il “potere” sull’unico figlio rimastole (era vedova da un pezzo): per questo rendeva la vita un inferno alla povera Maria Luisa, un’intrusa, della quale però aveva bisogno, eccome se ne aveva! E se quando era giorno ancora-ancora riusciva a comportarsi da cristiana, poi quando faceva sera era invece un’altra persona, si trasformava, e tirava fuori tutto quello che aveva dentro, nel cervello malato di gelosia, in quel cuore velenoso. Ma sembrava accorgersene solo lei, Maria Luisa, solo lei e un po’ sua cognata che abitava lì attaccata. Gli uomini no, loro stavano a lavoro fino a tardi, non si accorgevano mica di niente. Forse, invece, non volevano accorgersi. D’altra parte tutta la famiglia un po’ beveva.

Fu quando Maria Luisa decise di andar via, di tornare a casa sua, dai suoi, tre frazioni più in là, quando si mise a tavolino e disse quello che voleva fare, fu allora che suo marito capi e tolse tutti i poteri a sua madre. Cioè, i soldi. Cioè, da allora in poi la vecchia non fu più lei a gestire l’economia di casa. E iniziò il vero inferno. Incominciò a bere ancora di più. Andava giù in cantina e dava fondo alle botti. Oddio, questo è dirlo in modo esagerato, sì, comunque lei riempiva le sue belle fiaschette e se le portava nella sua stanza. In realtà nessuno ha mai capito quanto vino facesse fuori al giorno. Dio-quanto-beveva, ripete  Maria Luisa. Ed ogni volta aggiunge: “Eh, cara, cara, cosa ho passato, io..” sospirando al gusto di Fernet. O forse è Cynar, non l’ho mai capito.

(Ecco, anche la cantina della suocera di Maria Luisa nel pezzo morto delle viscere di questa vecchia schiera con controfinestre sempre chiuse – ma come occhi sempre aperti – sarà un posto implicato ne l’assenza e la lontananza, un posto tremendo, vuoto nonostante le botti e tutto il vino, poi senza geografia eppure così situato…)

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