DIARIO.BZ(11)

Guardare la ferrovia di profilo e finire sempre a  immaginarcisi in mezzo, a seguire i binari: in allontanamento accelerato, fino a diventare un punto, o niente. Caffè. Una donna, masticando vistosamente, si sporge da una finestra del palazzo di fronte. No, non mi sta affatto di fronte: è spostato sulla destra. Esattamente di fronte ho invece una enorme porta che apre, tra i muri, a quel poco-più-in-là dove le case stanno oltre i binari, oltre i fili della funivia, più sotto alla montagna. La signora, dunque, ha i boccoli biondocenere bene in forma attorno al cranio oblungo, e mastica. Indossa una specie di grembiule celeste, color ospedale, color asilo, insomma color istituzioni, e subordinazione. Il suo condominio è il più brutto qua attorno, mi pare, ma il tetto ha un paio di comignoli d’acciaio che ospitano spesso un merlo bellissimo e i suoi strani rituali di fumo. E’ sempre lo stesso, ed era lì fino a poco fa. La signora si sporge parecchio, mentre ancora mastica, e cerca qualcosa verso giù. E’ Sabato, non c’è granché di traffico alle due e un quarto. Il sole la colpisce in viso, le fa semichiudere gli occhi, poi le distende ogni linea, anche nei pensieri, si capisce, perché si sporge ancora di più, agilissima, e sempre masticando guarda giù verso destra e giù verso sinistra, verso destra e ancora verso sinistra, e ancora, per molte volte. Me la figuro sulla punta di un piede, mentre l’altro penzola dalla gamba piegata, col ginocchio che ambisce al davanzale interno. Adoro stare qui, su questo mio, di davanzale, in ginocchio sullo sgabello mentre la cabina della funivia, rossa e vetrofumo, mi scivola sugli occhi come un richiamo paziente e senza resa. Poi la signora si ritrae, quindi il sole non la tocca più e può aprire gli occhi del tutto. Guarda avanti ora, persino in alto e, piano piano, con sottolineatura quasi musicale, allarga le braccia per raccogliere i vetri che aveva poco prima spalancato e, pianissimo, li accosta. E’ come se non volesse farlo davvero: le dispiace rientrarsene, è chiaro. Ma certo non c’era una bella vista giù: un marciapiede, uno stretto giardino d’erba, qualche pianta insulsa, la strada spalmata di smog. E anche avanti, cosa c’è… Angoscia che trasuda da vite ristagnanti dentro vecchi intonaci, dove ogni slancio è troppo breve sempre. Eppure possono mezza uccidermi questi gesti tendenti al quasi niente, quelle aperture e chiusure di quando non volevi aprire e poi non vorresti mai più chiudere, ogni nostra santa, banale parabola. La vecchia sconosciuta e masticante è invisibilizzata già del tutto da tende bianche dietro a finestre bianche. Sembra scoppi, il cuore. Dovrei decidermi a smetterla coi caffè.

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