Domenica, Milano

Pomeriggio. Per la prima volta mi ritrovo con in mano due accendini e due pacchetti di sigaro piccolo toscano, uno quasi pieno e l’altro più o meno vuoto. L’avevo perso, questo, col suo accendino nero, ed è or ora ritrovato nella tasca della tasca della borsetta verde dentro a sua volta la grande borsa nera.

In attesa che il fumo termini, sto seduta di fronte all’ingresso: Hayez. Anzi, no, sono esattamente di fronte a Ilbacio, il poster, ed è l’imbrunire. Il fumo – ora lo so – irradica la nausea, quella vera, fisica, per qualsiasi cosa ti arrivi all’attenzione. Ci vado o no. Avevo raggiunto il centro apposta, col quattro, partita da dove non lo so. YOU ARE HERE, a farti fottere: il buono a sapersi delle mappe sparse per certi posti del controllo organizzato – la Cultura. Ci vado o no.. È che Ilbacio, quello vero, l’ho visto già un po’ di volte – e lo ricordo. Potrebbero essere bastevoli. Alla mia destra tutti in fila per Rubens, beati. Non trovo mai senso a sufficienza per le file, io invece. A sinistra la gente s’immortala davanti a Lascala. Valuto il mio mal di gola da sigaro: in fin dei conti quale fastidio addizionale dà all’anima? Proprio nessuno.

Qua e là, nel generale, figure m’emergono come se fossero conosciute. Mai viste prima, in realtà. Ma chissà.. Magari non le ricordavo, semplicemente. Acqua, il getto continuo dalla fontana: Milano da bere, yes. Penso a Napoli e le sue, di acque, il suo grigio scuro e gli abbagli, a la GL tra le tonsille. Quante sciarpe qui, quanti click agli addobbi, a certe luci. “Questa è arte!” sospira lei piegando il collo all’indietro e spingendo gli occhi di fuori verso su, nel blu elettrico. Guardo mezza interrogativa una accanto a lei – stanno in folto gruppo. Sono ricambiata con esclamazione che s’allunga dalle sopracciglia giù verso una risata. Ha la faccia da freddo. Eppure a me l’inverno qui non era mai sembrato così tiepido. Stamattina m’era addirittura caldo.

Era verso pranzo, giravo in cerca di cibo, ma alla fine mi sono seduta su una panchina tra un bar depresso e uno che per poco non scoppiava,  con dentro i vapori del popolo del brunch. Una signora e un signore occupavano un tavolo nel plateatico semiriparato del primo, alla mia sinistra. Una tizia telefonava appena fuori dal brunch, alla mia destra. Parlava di un tizio che non s’era fatto vivo a cena, la sera prima. C’erano la Alex, con Giordano, poi la Mariapia da sola, il Gigio, da solo, la Silvietta e altri nomi che non ho annotato. E lui, lui non era andato, e senza avvisare! Se ne lamenta, ma compostamente, blablà. Poi dice: MA SAI COSA? IO STASERA MI VEDO CON GIAMPAOLO, PERCHE’, SENTI, CONCRETAMENTE, POSSO MICA STAR AI SUOI TEMPI, IO! Questa questione dei tempi mi fa ridere un sacco. E’ seria, lei, e CONCRETAMENTE lo è anche la questione, però mi fa ridere un sacco. Intanto la coppia a sinistra apre una colorita discussione, con voce altissima lei, come a voler farsi sentire dal mondo – ma in realtà c’è nessuno, comprese me e la tizia col suo personalphone.

Signora: E non farmi incazzare con questi discorsi del cazzo!

Signore: Non parlarmi di cazzo che non mi tira più, lo sai.

Signora: Ugo, vogliamo ragionare o vogliamo star qua a bighellonare con le parole? Vedi quella merda lì [indicando con l’indice sinistro qualcuno al di là della porta chiusa del bar]? Quello è una vera merda. E perché è una merda? Perché non dice nemmeno buongiorno. E gli abbiamo regalato due divani, ti ricordi, sì?

Signore: E altre cose..

Signora: Ecco, appunto. Perché lui ha bisogno, ma i soldi se li gioca tutti alle macchinette, guardalo, che campione.. Accattone. Sei un accattone di merda! E lo dico perché io non sono un’accattona di merda, adesso, ma sono stata un’accattona di merda anch’io..

Signore: No che non lo sei stata!

Signora: Sì che son stata un’accattona di merda. Se non era per te, stavo ancora per strada.

Signore: No, dai, non eri un’accattona D I  M E R D A. E comunque è stato un periodo breve.

Signora: Ma quale periodo breve, Ugo! Guardiamoci in faccia, cazzo. Io ero un’accattona di merda e tu uno sfigato paralitico. E nella merda ci siamo trovati. Perciò, cazzo, io li capisco i problemi, ma fino a un certo punto. Mica puoi dare sempre via tutto, tu!

Signore: Ma i bambini hanno bisogno di aiuto..

Signora: Ma quali bambini non han bisogno d’aiuto attorno a noi! Vaffanculo, Ugo.

Signore: Lo sai bene che loro stanno in mezzo a problemi seri, veramente seri.

Signora: E perché cazzo li mettono al mondo, i bambini, eh?!

Signore: Non dire così..

Signora: Ugo, tu fa quello che ti pare, ma io non sono d’accordo, tienilo a mente.

Che caldo comincio a sentire, e che fame (sprofondiamo tutti, tutti insieme, nessuno prima, nessuno dopo).

 

 

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