DIARIO.BZ(27)

Il sole, inattenuabile affronto e, in fondo in fondo, errore: così m’arriva oggi. Anche ieri a dire il vero – e quasi sempre. Inserire lo slancio alle carezze dentro a una forma di decenza e curiose durezze, poi realizzare una quadratura al cerchio e immaginarlo chiuso a dovere: un gioco da poco se si è, almeno a certe ore, vecchi. Ce la si fa, alla fine, abbracciati a un cane – raddolciti, imperdonabili.

Donne camminano incastrate dentro a imbottiture trapuntate e tra bambini, portando intrecci di mattini sul marciapiede, lambito da aloni pesantissimi di carburante che brucia su per la salita. Mi confonde questo flusso di genere, con la sua direzione unica e il progressivo rarefarsi. Non so dove vado. Non so più se oggi era ieri, oppure se sarà solo un pomeriggio prossimo. Neppure so qualcosa sul termine dei traffici e tutto quel lecito tra mal di pancia e disobbligazioni. Gatti qui ce ne sono mica..

MORIREMO ANCORA, dico piano,  diretta a chi ancora si contempla in resurrezione – tentata, compiuta, (s)forzata. Poi, scorgendo il freddo tutto quanto sul viso d’una tizia oramai senza fretta: MORIREMO PIU’ FORTE DI OGNI VOLTA – m’è chiaro. Chissà cosa pensava lei invece. Non sono riuscita a immaginarne il mondo; solo la vedevo impegnata a guardarmi, finché non ci siamo oltrepassate, incrociandoci. Aveva una terribile piega d’attesa e di ghiaccio sul sopracciglio destro. Brrrrrrr.

Il tuo invito a mortificare le carezze è da seguire, senza dubbio. Pensare di farcela è sport. Non provarci sarebbe irriguardoso, scorretto anche. Non riuscirci affolla il girone dei significati persi. È il pensiero convenzionale che c’immette in tali aggiustamenti da reciprocità. Ed è la parte di pensiero convenzionale dello strato estraneo ciò che in genere rifiutiamo, effettivi per una volta. Mica sappiamo rifiutarlo del tutto, no. Eppure nessuno più prova ad aprire alcunché, di sé, con quella chiave che suona così: “normale”.

M’avvicina un cipresso, col suo verde e scuro vestimento di rami tendenti tutti alla medesima cima: compostezza e discrezione anche qui – quale congiura. E dura, finché non mi s’allinea perfetto e non avverto che dentro scoppia polifonico e frenetico, per chissà quali e quante coppie d’ali rintanatesi in mezzo – corpi segreti, certo minuti, caldi, miracolosi e liberi da quella presunzione di donarsi, che è condanna invece tutta per noi, compiaciuti narcisisti, riemergenti da macerie di case e di strade a strati, di rifugi e giostre, come fossimo sempre fiori appena recisi e vivi.

 

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