randommemories(04)

Lui s’aggirava per il paese, tra il bar L’Angolo e La balaustra, tra piazza Vittorio e piazzetta Torre, tra il corso, la scuola, la chiesa grande, quasi sempre sorridendo, con troppi denti, neri e rotti, sovrapposti e storti, senza dire una parola. Solo gracchiava, gutturale – suoni astrusi e scialbi. Per lo scherzo impietoso di qualcuno – sua madre, suo padre, quelli dell’anagrafe, chi lo sa – aveva come nome Bellezza ed era l’umano più deforme che io abbia visto mai.
A piedi o in bicicletta, era in giro di continuo, sorridendo e ghignando, piegando a l’inverosimile l’enorme sopracciglio. Era il prodromo del vomito, l’adulto più disgustoso che ci fosse. E capitava in mezzo spesso, era un pezzo del paese, ereditato, integrato per scontatezza. Sovente sceglieva un punto e s’appostava, non troppo lontano da noi, bambini non ancora troppo ristretti, allora che di traffico non ne avevamo granché e di brutto non ci poteva capitare altro che Giovanni ululante epilettico steso a terra a bloccar la strada. Per Bellezza nessuno mai mi raccomandò il dietrofront trovandolo sulla via. Con lui qualcuno  chiacchierava anche, chissà di cosa – ad ogni modo, si capivano.
Noi bambini non lo potevamo soffrire. C’era chi aveva imparato a ignorarlo, chi a deriderlo. Qualcuno restava a guardarlo. Qualcun altro gli urlava cose del tipo: “Vattene Belle’, te ne devi andare!”. Qualche ragazzetto più grande si divertiva: “ma che vuoi fa’, ce l’hai troppo piccolo, non te lo vedi?!”. Non ci si allontanava, solitamente, noi.
Comunque a me non sembrò piccolo il pene di Bellezza quella volta che mi si parò davanti su via Torre coi pantaloni mezzi scesi. Rispetto a quello di mio fratello, che andava ancora a pannolini, era così enorme e diverso che avvertii un che di minaccia e me la diedi a gambe.
Qualcuno tra i ragazzi arrivava a lanciargli contro piccoli sassi, a Bellezza. Però nessuno di noi gli diceva o faceva alcunché se non ci veniva nei pressi, a masturbarsi. Sì perché, appena trovava un gruppetto di bambini, lui si metteva in un angolo abbastanza vicino, ma non troppo, e si manipolava il pene sorridendo e ghignando sino a quando la bocca non gli si contraeva tutta in una smorfia rabbiosa e gli occhi non gli scoppiavano tra perfidia e ferocia.
Il ghigno improbabile, quello suo ordinario, che continuai a incrociare fino a che non lasciai quel posto e che mi rese Bellezza così distante da ogni idea di uomo, e di animale pure, quel ghigno forse fu fortuna.

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