DIARIO.padania(19)

Si guardava i piedi venosi e valutava il bisogno e l’irrilevanza d’averceli nudi e di sentirli pesanti al contempo. Tutto quanto avrebbe voluto fare era accettarle ormai, certe convenzioni e, per esempio, per i nomi osare finalmente significati medi, o approssimarcisi almeno quel tanto da non produrre contrasto. Ce la poteva fare, ma magari no. Non dipendeva soltanto da sé, le sembrava. Perciò se ne stava così, inerte, e senza neppure nutrire una qualche incertezza ulteriore. Considerava e riconsiderava le griglie, i poteri, le grondaie, la solerzia quando obbligatoria e l’ossidazione del rame, l’occupazione, noi parcellizzati e comici, il lavoro come sostanza, le chiavi di casa, l’invendibile, la porta a breve distanza, le antitesi, le poesie e, dentro, l’indiscutibile e l’incostanza, poi i frigoriferi e ogni santa dimenticanza, gli irrifondibili danni e gli accapo dei versi, amati, il fiato preso ancora per poter cedere alla tregua. Si sentì di nuovo come in quell’apnea in tunica nera dentro a un tramonto caldissimo e interminabile, che le asciugò ogni teoria su la prudenza, su la strada e su eros, su il vero quando si sveste, s’annuncia.

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