DIARIO.padania(27)

Era su la superficie di qualche perla trovata e sempre da cercare che pareva potesse scorrere davvero la vita. Invece, dopo, ritrovarsi ad attraversare campi mietuti già, a setacciarli sotto la luce che ci acceca, con la lingua alacre in cerca di resti minimi, granelli organici, dispersi senz’odore: insignificanze complessive, cioè il quasi niente che non basta a morire, perché la vita è fissa là, terribilmente, dentro a la pancia.

Non c’ero, perché rifiuto oramai in blocco l’impari. E senza mai capire se il livellamento sia la capra o sia il cavolo, o – poco probabile – il lupo. Non c’ero, tuttavia ancora sento, mentre nel contorno restiamo abitati dai gesti d’un tipo bastardo d’onestà, in mezzo allo stridore potente di porte sbarrate su l’incanto, a filosofie uscite dal petto ormai vecchie, ai colpi d’ombra che allungano le tregue, a parole da discorsi pretenziosi abbarbicati alla gran bozza dei non detti – per sfuggire, che è il prezzo, ma anche il vizio. E, ancora, in mezzo ai resti interminabili della delicatezza.

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