TALESTRE.me(3)

Dopo quella sera non è ricapitato di trovarci in casa tutti e tre insieme, io, Talestre e lui. Soprattutto perché lei di giorno è stata molto in giro, a vedere posti, suppongo. Ho perso la misura del tempo trascorso da quando è arrivata; certo è che non ci siamo prese molti momenti per conversare. Un poco sì, ce la siamo raccontata, di notte, tra me che cercavo di farle dire cose di sé, quasi del tutto invano, e lei che parlava o del mondo o di me, cioè del passato, e non solo del tempo che un po’ condividemmo, ma anche di quando ci s’era perse di vista. Sin dal principio trovai un poco imbarazzante questa piega che lei pare voler dare a ogni costo alle nostre conversazioni, e a un punto glielo dissi. Era tardi, stavamo tra una Beck’s e il solito Porto, tornate da una lunga passeggiata sull’argine. Quella sera avevamo fatto pure tutto il tratto non costeggiato dalla rotabile, fino al ponte. Avevamo camminato in mezzo a l’erba alta e il buio, immaginando istrici e topi, nutrie e gatti e improbabili tartarughe comparire all’improvviso e tanto amichevoli. Non avevamo fatto molte parole, a parte le poche necessarie al gioco dell’indovinare presenze. Appena a casa, però, lei aveva mostrato intenzione di tirar fuori un’altra mia vecchia storia, con la sua tecnica solita,  pescandola cioè dal mare magnum d’un contesto che non m’era molto intellegibile, mai. TI RICORDI IL MILLENOVECENTOTTANTUNO? E giù blablà, grandi fatti, la pena capitale abolita in Francia, la lista della P2, lo sciopero della fame in Irlanda e i morti, in Italia i rapimenti e i morti, poi Alfredino e le secchiate mediali di pianto, il papa ferito e ancora pianto, eccetera eccetera. Fin qua m’andava anche bene: mi ricordavo più cose che le volte precedenti, non era stato frustante questo suo nuovo sfoggio di sapere. Fu quando tirò fuori che quello per me era l’anno secondo della scuola media, fu solo allora che la bloccai. MA CHE C’ENTRO IO, E POI TU CHE NE SAI dissi, NON PARLARE SEMPRE DI ME, MI FAI SENTIRE IN IMBARAZZO. Obiettò: GUARDA CHE SE CI SI INTERESSA DI TE NON SIGNIFICA AUTOMATICAMENTE CHE SIA STATA TU A CHIEDERE ATTENZIONE. VA COSI’, LO VOGLIO IO. MICA TUTTO DIPENDE DA TE. E seguitò senza percorrere misure di mezzo nell’arrivare a imputarmi il vizio dell’auto-centramento, il quale starebbe in pratica tutto quanto proprio in quella preoccupazione ad evitarne i connessi comportamenti, almeno quelli più tipici. Non fu carina, no. In realtà non lo è mai stata granché, ma è soprattutto per questa onestà che le ho sempre voluto bene – e ciò non vuol dire che le abbia sempre dato ragione. Stavolta la sua logica arrivava abbastanza condivisibile, e m’indusse a passare silenziosamente al vaglio un certo mio fare consueto, anche recente, generante stridore forte già tra me e me. Quando fui pronta a darle ragione e lo espressi, si mostrò contrariata alquanto: HAI DEI CRITERI ASSURDI disse, aggiungendo che dovrei smetterla col senso di colpa. Qui mi spiazzò. E non mi trovò certo d’accordo – non credo sia una delle mie componenti più ingombranti, il senso di colpa. Comunque la notte s’era fatta fonda e la nostra veglia si trasformava oramai in nervosismo, e compulsioni anche. Avevamo già sfilato una a una tutte le piccole perle nere della mia collana annodata; l’intera sua sciarpina traforata fu presto disfatta tirando via il filo sottile dagli intrecci; trangugiavamo biscotti svuotandone rapidamente un pacco aperto per l’occasione, maxi.

QUESTI BISCOTTI FANNO SCHIFO.
SÌ, LO SO. SE LEGGI GLI INGREDIENTI, POI, VOMITI.
E TU LI HAI LETTI, OVVIAMENTE PRIMA DI COMPRARLI.
CERTO, SE MI FOSSERO SEMBRATI A POSTO MICA LI AVREI PRESI!
AHAHAHAH, VERO. DOMANI CI SEI A PRANZO?
CREDO DI SÌ.
BENE. ALLORA DOMANI CUCINO IO: RISOTTINO GIALLO.

L’avvertii che forse ci sarebbe stato anche lui. Se ne meravigliò, ma con sorrisi. Poi disse che era proprio venuta l’ora d’incontrarsi loro due. Quindi si congedò e lasciò la stanza. Mentre s’allontanava, buttai un occhio all’altezza della sua nuca, dove una treccia avvolta innumere volte su se stessa e composta in una maniera indecifrabile le raccoglieva tutti i capelli, ancora belli. Allora mi rendo conto che indossiamo una camicetta, lei, e un maglioncino, io, dello stesso colore: giallo, come è gialla questa luce fioca che si diffonde dal display del forno – segna l’ora. Sono le 04:58 e io quasi crollo. Dico: BUONANOTTE, SONO DISTRUTTA, SPERIAMO DI NON SOGNARE.

 

2 risposte a “TALESTRE.me(3)

  1. Ho indugiato su ogni tua parola come faccio sempre con te quasi a volerti “scoprire” e, alla resa dei conti, un po’ così è … oggi ho scoperto che “il senso di colpa” non è una delle tue componenti più ingombranti e che speri di “non sognare”. Il risottino giallo Talestre l’ha poi fatto? E se sì, com’era? 😉