TALESTRE.me(4)

Questa volta rincaso senza sentirmi impregnata dentro e fuori d’urina di gatto e addosso quasi non ho quel bisogno urgente di fare la doccia, né l’imminente vomito di varechina. I gatti della colonia sono dei gran piscioni, almeno quelli che accedono agli spazi interni: la fanno ovunque. S’accaparrano un pezzetto di riparo, credo, provano a preservarlo tutto per sé. Quello che più si contendono è il camino e hanno ragione: anche io vorrei stare dentro a quel camino, così profondo e buio, tutta per conto mio. Talestre ha detto che mi sono già assuefatta al piscio, e non so perché m’abbia dato tanto fastidio. Devo averle risposto davvero male, perché lei mi s’è scagliata contro come una freccia passata nel veleno: PARLIAMO DEL CONIGLIO, ha comandato. Figuriamoci se le parlavo di Perla. Ho fatto: SENTI, LASCIAMI STARE, HO LA TESTA PIENA DI COSE IRRISOLVIBILI DA RISOLVERE, mentre pensavo che tra noi non funziona più. Non che non mi fidi di lei; è che adesso, al contrario di quand’ero bambina, parlarci mi fa sentire peggio. M’incasina, mi confonde. Non mi placa. Tuttavia mi dispiace non onorare la sua presenza qui, così ogni tanto sono io a proporre un argomento, neutro ma anche no, per quanto il più delle volte desideri starmene in solitudine assoluta a continuare i miei pensieri nel mutismo. Da un po’ di giorni covavo di ridomandarle perché non m’abbia ancora voluto parlare della ragione del suo trasferimento da Mantova a Giulianova, all’epoca, e oggi gliel’ho chiesto. Ha detto che certe cose capita si facciano, e le ragioni sono sempre tante e solo apparenti: ancora una volta non ha risposto. TRA NOI DUE SAREI IO A POTERMI PERMETTERE  FRASI COSÌ, CARA LA MIA GRANDE SAGGIA, un po’ canzonatoria io. Poi mi dedico a togliere il verde minaccioso d’una cimice dal telaio della finestra, piano piano per non spaventarla, mentre lei, rimestando il riso nel tegame con l’occhio rivolto sempre oltre il fiume, da una piega orribile sulla bocca ordina: DIMMI COSA ACCADDE NELL’ANNO DUEMILAQUATTRO. Poiché non ne posso più di queste sue tattiche e soprattutto non ho fame e preferisco affogare in parole dolorose piuttosto che mangiare il suo giallissimo risotto alla curcuma con fiori di zafferano, rispondo diretta come non lo sono mai stata: QUELL’ANNO CI FU LA NOTTE DELLA MAGLIETTA COL CONIGLIO. Tace. Passano secondi interminabili e pesantissimi, nei quali faccio in tempo a pentirmi, a compiacermi e poi ancora a pentirmi d’aver subito introdotto il punto al quale lei, era chiaro, voleva inchiodarmi. Forse l’ho stupita; comunque zero segni, suoi. Così m’affido a quello che ormai è L’argomento:

SEMBRA BELLO IL TUO RISOTTO, QUANTO MANCA?
UNA DECINA DI MINUTI O POCO PIÙ.
COSA CI HAI MESSO DENTRO?
LO SAI.
CARNAROLI O ARBORIO?
LO SAI.
CHE VINO CI PUÒ STARE BENE?

Risponde che oggi non berremo alcol, ché dobbiamo restare molto lucide. Nel frattempo torna lui, viene a salutare e si dilegua. Da Talestre non un CIAO. Non lo degna d’uno sguardo. Allora glielo domando, cosa sia successo tra loro. Mi dice che non capisce cos’è che voglio sapere, di cosa io stia parlando, poi fa: A PROPOSITO, LUI NON ARRIVA PIÙ, VERO? Ed io, ché m’è bastato un suo lampo dagli occhi allungati attraverso una fastidiosa specie di compassione fino all’angolo tra la mia spalla sinistra e il mio collo: STAI FACENDO CONFUSIONE. E NON CAPISCO COME SIA POTUTO ACCADERE. Mi fulmina.

5 risposte a “TALESTRE.me(4)

  1. Che dire? Talestre non risponde mai. Già. Ma eri mai stata prima gomito a gomito con lei nella stessa casa e per tanti giorni? O è la prima volta? In quanto all’odore del piscio, temo che abbia ragione. Ci si abitua a tutto. In quanto al resto, io credo che gli amici non sono fatti per “placarci”. Capita che a volte ci confondano e capita anche di non essere sempre sulla stessa lunghezza d’onda, pur non smettendo di essere amici e vicini. Comunque sto a vedere come si mettono le cose tra voi due. 😉

  2. marcare i perimetri della comunicazione, (im)possibile?

    non so… m’è preso questo pensiero…
    è come seguire il confronto continuo di vite che s’attraggono e respingono al tempo stesso facendo, rifacendo, disfacendo, e facendo anc’ora, lo spazio vitale tra memorie agite e azione attuale