TALESTRE.me(6)

M’è stato chiesto di Talestre. Se n’è andata, sì, e non oggi, né ieri. Sarà ormai trascorsa qualche settimana, o forse solo una. In ogni caso, a me pare un secolo fa: un po’ come tutte le cose che fanno male s’è rifatta presto lontanissima – non proprio tutte, s’intende, alcune stanno lì a invischiarti configurando qui la tua eternità, infernali.
Tornerà comunque, Talestre, più avanti. Me l’anticipò mentre chiudeva con lucchetto la sua piccola valigia d’un finto cuoio giallo pieno di segni dell’usura, evidentemente bistrattata e vintage senza culto – chissà dove l’ha presa. CI SONO COSE CHE NON ABBIAMO DETTO fece, e ricevette il mio QUANDO VUOI, MAGARI ALTROVE, CHÉ NON LO SO SE RESTO ANCORA A LUNGO QUI mentre in fondo in fondo pensavo a quanto sia d’inganno quest’idea del dirsele in qualche modo tutte, le cose.
Se ne andò di mattina presto, giusto il tempo per un caffè, non m’ero ancora neppure vestita quando m’annunciò che stava per partire e che aveva già prenotato il taxi. Salutandola, le chiesi se tornasse diretta a casa o se avesse programmato qualche tappa in giro per approfittare della bella luce d’ottobre, del tiepido resistente, del bagaglio leggero. NO, VADO DA LUI, rispose, lasciandomi nello stupore, ché mica ci avevo mai pensato potesse avere un lui – chissà perché, poi. L’accompagnai fuori senza dire una parola, del resto le avevo spese quasi tutte nella notte, le parole, per raccontarle finalmente qualcosa che sembrava non sapere già, non del tutto almeno.
Eravamo senza birre e senza Porto, ci concedemmo al morbido d’un Cabernet privo di pregio, che per lei era troppo dolce e per me il giusto contrappeso per tutto quell’amaro ripercorrere. Aveva iniziato col chiedermi perché sono qui, in questa casa, e alla mia risposta PERCHÉ QUI CI FU UN SUICIDIO – una ragione valeva l’altra per me e non mi andava d’essere accurata – lei rise dicendo che ciò non m’insegnerà di certo a disaffezionarmi al vivere, ché le pareva chiaro essere proprio questo l’Obiettivo, mio, ultimamente. Tuttavia, NON È IMPORTANTE ORA fece, STANOTTE MI DICI INVECE DEL CONIGLIO, mentre tradiva quella leggerezza che ci prende di solito quando sta per chiudersi un tragitto che ci ha portati esattamente dove volevamo andare. TE L’AVEVO PROMESSO, SÌ sospirai, fingendomi già pronta come il caffè nella moka che non ha più mezzo soffio in serbo.

Era l’ultima volta che facevo quella cosa, tutti erano avvisati, lui si rabbuiò e, mentre digrignava i denti, io dicevo a mia madre quanto fosse stata stronza a delegare me per un tale ingrato compito. Avrebbe dovuto farla lei, l’assistente al marito di merda con cui restava invischiata, mica io. Però a lei faceva troppa impressione vedere da vicino il morire, mentre era stato deciso che io ero coraggiosa e forte. E dunque lui, che si cibava quasi solo di carni, di terra o di mare che fossero, spesso portava a casa, destinati alla pentola, esserini ancora vivi, avuti in dono da qualcuno dei suoi compari contadini. Quando si trattava di coniglio, che scannava sull’ampio terrazzo del bell’appartamento nel condominio nuovo, io dovevo aiutarlo. Il compito era tenergli le zampe posteriori, una con una mano e una con l’altra.
Dopo lungo andare non ce la feci più e ad un punto m’opposi con forza. Allora mi s’accusò d’attribuire a mio padre malvagità, cioè di giudicarlo nuovamente – per la terza volta, mi pare – e ciò non era certo ammissibile, ma io oramai ero grande, ero al secondo superiore: avrei potuto pure fargli la guerra vera, e ambire a ben altre conquiste, se solo non avessi avuto una madre da proteggere.
Ecco, ammazzavamo i conigli, io e mio padre, tutto qua. Cos’altro potrei aggiungere, Talestre? Vuoi sapere cosa provavo?
Vorrei saperlo dire. Non tanto dei loro occhi vorrei saperti raccontare, né di quelle rare volte che si dimenavano facendo tutt’uno il loro rifiuto con il mio – inefficaci entrambi. Non vorrei saper raccontare giusto della bocca, e di quello che sussurrava a noi atroci, né del sangue dalla gola, al quale avrei voluto mischiarmi tutta quanta. Neanche tanto voglio dire del calore odoroso da sotto a la pelle che sguantava via – subito lui li scuoiava. È dell’urina che vorrei essere buona a dire, del suo acre intenso, che s’impossessava delle mie narici e penetrava nello stomaco. Mi diventava alito, durevole. Per giorni se ne andava e veniva, direttamente dal cervello, che pareva collassato tutto quanto nei sensi, con l’aria di non poterne più riemergere. C’era una pena enorme, ma sostanzialmente era disgusto che provavo: per me, sottoposta, obbligata, poi per lui e quell’allevarmi, per l’essere padre e figlia, per il nostro copione.
Anche quando smisi di prendere parte a quelle pratiche, al rituale bastardo, anche allora continuai a sentire l’odore, spesso, riemergente chissà da dove, e chissà perché. Era un laccio alla gola che stringeva e poi s’allentava, si faceva più teso e si mollava, in continuazione, fino a quando, dopo più di vent’anni, presi una coniglia al mercato di Marghera e la ospitai nel minuscolo giardino del lato nord di questa casa, ché i conigli amano il fresco. Perla, si chiamava. Abbiamo passato otto inverni dolci, con lei che si spalmava sulle strisce di sole leggero, e io che imparavo a imitarla, e poi otto estati un po’ meno dolci, con l’ombra da inventare, la pelliccia da cambiare. Abbiamo fatto cose insieme, piccole cose tra umano e coniglio, ma non certo da meno che tra umano e cane, o gatto, o altro umano. Per esempio, ci siamo tenute strette davanti al computer per ore e ore, lei accoccolata tra la mia clavicola e il collo, siamo sprofondate in momenti interminabili di pace e assolutezza, mischiando il battito.
La uccise uno dei gatti della vicina, l’anno scorso. Lui aveva deciso che il piccolo giardino doveva essere suo e alla fine se l’è preso, stramaledetto.

DUNQUE, L’ADOTTASTI DOPO IL DUEMILAQUATTRO, PERLA, O NO? domandò Talestre quando oramai avevo dato segno d’aver concluso il mio racconto. Di quanto avevo detto, probabilmente lei non conosceva l’ultima parte soltanto, cioè Perla, e un po’ mi pentivo d’essere tornata tanto indietro nel tempo, senza essere stata in grado peraltro di toccarlo, il duemilaquattro. Partire da quell’anno sarebbe stato sufficiente: in effetti era quanto lei aveva cercato di farmi raccontare, sin dal suo ritorno. PERLA ARRIVÒ QUALCHE ANNO DOPO, SÌ risposi.

Nel duemilaquattro invece, verso marzo, comperai una maglietta orribile, con le maniche a tre quarti, e non l’indossai fino a giugno. Nera, aveva sulla schiena, disegnata in bianco, una  curva che partendo da un punto centrale s’avvolgeva a spirale. Sul davanti c’era un grosso coniglio, di profilo, con l’occhio rosso in rilievo. Non so mica perché la presi; attraversavo il mercato, mi fermai a un banchetto, uno a caso, la maglia mi capitò tra vari stracci, mi folgorò.
Quella notte, nonostante le condizioni e le previsioni dei medici, mio padre restò vivo. A casa fummo svegliati dalla telefonata di mia madre, che l’assisteva eroica: ci chiedeva di andare ché stava morendo. Ci vestimmo in quattro e quattr’otto e corremmo. Accadde però che un poco si riprese e persino passò una giornata discreta. Restò come sempre cosciente, anche più in forze, pareva. Salutò un sacco di persone, per telefono pure. Mi ricordo di come parlò con la figlia di mia cugina, tirando fuori una dolcezza che mi stupì.
La sera poi sembrava strano, così mi fermai in ospedale per la notte, assieme a mia madre, che oramai era esausta. Aveva tanto male, lui. Invocava il respiro, ma non voleva l’ossigeno, voleva solo qualche colpo di ventaglio davanti al viso, ogni tanto. Non è che facesse caldo, anche se pesava l’aria nera della stanza, mischiata a il fiato nostro, quello di altri malati e quello di strana gente venuta lì a festeggiare uno di loro, con tanto di pizze e via vai rumoroso tra camera e adiacente sala tv, con piedi estivi e voci da piazza tanto che a lui sembrò di stare altrove e si sentì confuso e disse: NON CI STO CAPENDO NIENTE, CHE COS’É QUESTO? quindi domandando che canale avessi mai messo. Crollò subito, stremato. Non gliel’avevo rivelato che non si trattava di tv ed erano reali tanto quanto grottesche quella scena e quelle persone che sbirciavano verso di noi che non avremmo voluto farci vedere in difetto da nessuno mai – ma non ci diminuisce la morte, no, perché valiamo ben più di lei.
Per fortuna si svegliò che la festa degli altri era finita. Mi disse che sentiva un odore cattivo – io non lo sentivo – e chiese cosa potesse essere. Provai a ironizzare. Guardandomi per qualche secondo addosso, tra petto e addome, lui ipotizzò si trattasse del suo cancro che gli stava facendo marcire tutte le viscere.
La situazione precipitò all’istante, così accorsero l’infermiera, mia sorella, il suo consorte, il mio, e la medica inerme che, scoppiando in pianto, nega l’aiuto che lui le domanda disperato. LO SAI, GIULIO, COSA SUCCEDEREBBE SE IO TI DESSI UN AIUTO PER RIPOSARE ADESSO, LO SAI gli fa, senza credere neanche un poco di star facendo il meglio.
Fu una notte terribile e strana. Prima che la morte vincesse su lo strazio, accaddero cose dal gran limbo del surreale umano, dello strambo più assurdo, dell’aberrante. E noi come in mezzo a un lancio di perle di pura ferocia, e acqua di veleno a chi muore di sete, come col cuore cavato via e hai appena imparato ad amare. C’ero anch’io, in questa cornice, parte integrante, bieca, assoggettata come forse tutti lì ma nel contempo artefice, con indosso ancora quanto la notte precedente m’ero messa apposta per lui, nell’intenzione di provare a dire un’ultima piccola cosa. Era la mia maglietta col coniglio, fiera e inutile. Era la mia idiozia, l’autocentramento, la delicatezza ipocrita, la convinzione ancora che fino alla fine il da farsi sia esprimer-si, parole a parte.

7 risposte a “TALESTRE.me(6)

  1. Cara T, abbiamo in comune molto più di quanto non pensassi inizialmente, so che scrivere tutto ciò si è mangiato tante energie ma proprio tante e non posso che lasciarti un grande abbraccio per adesso.

  2. hai passo e mentalità da romanzo, quel modo di mescolare eventi personali e narrazione che non so perchè mi ricordano Celine e Fante (assai diversi ma accomunati dal fare di sè personaggio romanzato, appunto)
    ml