Polenta. Vino.

(Rosaria racconta)

Accadde una mattina d’inverno come questa. Anzi, forse era più pungente di freddo, con la brosa che la vedi anche se ancora non si è fatto giorno. Era molto presto, era scuro, e stavamo facendo colazione con latte e polenta. A quel tempo polenta c’era, nelle case, per colazione, per pranzo e per cena. La si faceva fresca ogni giorno e, a seconda del caso, anche due volte al giorno. Considera che, con tutte quelle persone da far mangiare, cucinavi un pollastro e ti doveva bastare, mezzo a pranzo e mezzo a cena, immagina. E, con cinque uomini, sai quanta ne dovevo fare, di polenta! E stavi là a rimestare, rimestare, fino a che non ti reggeva più il braccio. E allora.. cambiavi braccio. La devi portare bene a cottura, mica gliela puoi dare amara, la polenta – resta amara, se non la cucini bene.

Quella mattina – non me ne potrò mai dimenticare – su la tavola preparata di buon’ora, ognuno si metteva tocchi di polenta nel suo latte. Lei mi gettò addosso quello sguardo cattivo che ogni tanto tirava fuori, sai, quando non era in sé. Però di mattina quasi mai, ché la notte dormiva, solitamente. Russava forte, la sentivi per tutta la casa. E l’unico momento della giornata in cui potevi parlare in serenità era quando ci si faceva desti, ché lei stava ancora bene e, anzi, il sonno l’aveva come rigenerata. Chi lo sa, quella notte forse non aveva dormito e aveva girato per casa bevendo vino. Non mi ero accorta di niente io e quando l’avevo vista, al mattino, mi era sembrata normale. Poi mi disse qualcosa sulla polenta – adesso non mi ricordo bene cosa, sono passati così tanti anni -, perché ero io l’addetta a far da mangiare, anche la mattina: bollivo il latte, per tutti, abbrustolivo la polenta fatta la sera prima, e mettevo in tavola.

No, il pane non era ancora tanto arrivato nelle case. Avresti dovuto sentirlo il profumo del primo forno in paese. Si spandeva dappertutto, e ti prendeva una voglia… L’acquolina, ti faceva venire. Era così buono che bastava quello. Voglio dire: se prendevi il pane e non c’era altro, neanche te ne veniva il desiderio, di mangiare altro. Mi ricordo che quando cominciai ad andare a lavorare, delle volte ne prendevo due tocchi e li mangiavo un pezzetto alla volta, mentre lavoravo, perché il profumo mi tormentava finché non lo finivo. Era il mio pasto – pane così, semplice intendo, senza companatico.

Ad ogni modo, quella mattina c’era polenta con latte e non so più cosa era stato a non piacerle e indurla a scaraventarmi in faccia tutto, polenta e latte bollente, tutto insieme. Lei, come anche gli altri, era seduta, io all’in piedi ancora indaffarata, alla sua destra. Si era messa a tavola giusto allora, non so neanche se avesse preso qualche boccone oppure no quando disse qualcosa, poi si alzò di scatto e… Va ben, mio marito e i miei cognati le dissero parole, ma di solito, una volta che aveva cominciato, le parole non servivano, anzi. Si agitò ancora di più. Mi strattonò forte prendendomi per un braccio e subito mi si attaccò al collo. Stringeva. Non lo dimentico e ancora adesso, che mi manca davvero poco per andare anche io dall’altra parte, è come se fosse successo ieri. Quella fu la prima volta che mia suocera mi mise le mani addosso.

Qua al tempo bevevano tutti, te l’avranno raccontato. Anche la suocera di Marialuisa era presa male, col vino – ma anche i nostri mariti, almeno fino a quando non hanno avuto problemi allo stomaco, al fegato, e hanno dovuto curarsi. Erano tutti parenti, tra loro, e quasi tutti bevevano tanto. Non era cattiva gente, era gente con i suoi pregi e i suoi difetti, come dappertutto. Era il vino a rovinarli. A casa mia, a Marano, quella di quando ero ragazza, no, non si beveva mica, o non si beveva così, da star male e da fare star male gli altri. Davvero non so cosa ci fosse, qua. Non so se era una questione di famiglia o se era una questione di zona. Sarà stato il canale, saranno state le fabbriche, o sarà stata anche l’epoca, che si stava facendo un po’.. come strana, non lo so. Di miseria ce n’era meno, quello sì, il lavoro non mancava e non solamente nei campi, ma il poco che si aveva cominciava a essere considerato veramente poco e certe volte, sai, era facile che ci sembrasse finanche di non valere niente noi stessi, in confronto agli altri intendo. Però, io non so. Non lo so, Tiziana, com’è che le cose andavano come andavano, allora.

9 risposte a “Polenta. Vino.

  1. I miei auguri possano portarti quel calore di cui noi tutti abbiamo bisogno.
    Ogni bene, T, per te.
    Buon Natale.

    E’ molto bello leggerti.
    gb

    • Grazie Gelso, i tuoi passaggi qui mi sono sempre cari.
      Felici giorni di cambio d’anno, felice il Nuovo e di tutto il vecchio resti il dono..

  2. rituali quotidiani…o semplicemente vivere… nelle necessità del momento…

    passare tra le tue pagine è uscirne restandone ricchi di vite; te l’avrò già detto, ma…

    Notte, T

    • c’è qualcosa (ben più di qualcosa) che mi preme e che mai riuscirò a restituire, nei racconti che mi fanno le persone. Per esempio quella grandezza del fare, che si nasconde dietro le piccolezze del quotidiano, dentro i rituali e le necessità. Poi quel guizzo di ribellione – ognuno a suo modo, da dentro, dalla carne – che ogni volta mi ravviva il fuoco. Poi.. poi.. vite, appunto. Grazie Dora.

    • ciò che dici a me arriva
      che, poi, la scrittura abbia dei limiti tante volte, quasi sempre, lo sento anch’io. Ma a volte è proprio in quei limiti che le vite si spingono oltre la nostra penna, oltre quello che sembra a noi solo un tentativo di restituirle a chi leggerà
      grazie a te..

  3. Rosaria racconta come se a distanza di tanti anni ci fosse ancora qualcosa d’irrisolto, lo stupore, probabilmente, per la cattiveria della suocera e per il troppo vino che scorreva in quel paese dove, penso, era arrivata col matrimonio, e forse anche per la vigliaccheria degli uomini che avrebbero dovuto difenderla.
    Rosaria racconta e tu ascolti e poi riporti a noi, non tanto le parole esatte quanto un clima di “famiglia”
    ml

    • “famiglia”, ahi. Rosaria racconta il fuoco dell’irrisolto, sì (io provo a tradurre da un dialetto che mai imparerò veramente). Grazie ml.