DIARIO.padania(68)

Il pomeriggio silenzia tutto – i passi, le auto, le parole, i terrazzi, certi gesti da lontano.  Pare vuoto. E sono vuoti gli spazi nei quali ci muoviamo – camminando dal parcheggio, io, ché avevo bisogno di fare due passi sotto palazzi, e appena arrivato sul Corso, lui, da qui dietro, all’inizio della traversa che porta al cuore ruvido del quartiere più plurale di questo posto. È vuoto pure il tempo, quello che mi pare rimasto e quello bruciato nella vaghezza della memoria, come attorno a l’ultima volta che lo vidi: non so più se sia stato pochi o molti mesi fa, ricordo soltanto che fu per caso, come ogni volta, e lui stava tutto ancora nel guscio di quella perduta voglia di raccontarsi, se non per qualche fatto minimo attorno alla salute, che s’è fumato via cullato da un’idea: SE VUOLE DIO, IL RIMEDIO C’È, PER TUTTO.
Non è fatalismo, il suo. E neppure tanto c’è di ribellione all’addomesticamento neoliberale delle esistenze, come dicemmo quella volta che c’imbucammo in un blablà sfrenato sulla politica, con me che, come sempre, capivo con sicurezza non più dei tre quarti del suo dire, tanto che a un certo punto lui passò a quell’inglese tutto suoni arabi che mi mette nella più totale confusione per i primi cinque minuti e oltre, anche dieci. Perciò gli dissi, per l’ennesima volta, VA BENISSIMO IL TUO ITALIANO, TRANQUILLO, SONO IO CHE SONO NEGATA PER LE LINGUE, GLI ACCENTI DIVERSI. E per l’ennesima volta disse: IN QUESTO SIAMO UGUALI. Comunque, a lui piace parlare di politica, è capitato sovente tirasse fuori questioni sugli equilibri mondiali. Sono io che non gli do granché corda.
Ci aveva presentati Hussein ed era proprio l’anno dell’Hussein Saddam, cattura ed esecuzione intendo. L’abbiamo ricordato anche stavolta, il nostro comune amico, entrambi dichiarandoci certi che stia bene – lui, perché ogni tanto qualche notizia gliene arriva e, io, perché non voglio pensarlo in preda a cose come il pentimento per essersi lasciato alle spalle l’occidente e trent’anni di spossessamento. Chissà quanti figli ha fatto – non l’ho domandato. Che strana aria ha questo tardo pomeriggio di Natale, statica, spenta. Non abbiamo trovato un bar che fosse uno per prenderci un caffè, neppure i due dei cinesi sono aperti – e lui mai sarebbe sceso se non fosse stato per quel bisogno d’un espresso. NE HO PRESI TRE AL POMERIGGIO, MA FATTO A CASA NON È LA STESSA COSA: PIÙ CHE NE PRENDO E PIÙ CHE NON SONO SODDISFATTO dice, quasi ridendo, mentre entrambi abbassiamo gli occhi, portandoli giù, su le sue pantofole. Così mi spiega che era uscito in fretta e furia, perché credeva di far presto, e non intendeva certo allontanarsi. Intanto, io penso a quanto poco o quanto tanto pesino nel nostro quotidiano le relazioni come questa: numerose, cortesi, un po’ leggere, tra gente che non soltanto si saluta, quelle poche volte che s’incrocia, ma anche si scambia due parole, lasciando i corpi dire più di quanto non sappiano dire le lingue e tuttavia mai facendo riferimento a quanto avvertito, ché è roba intraducibile.
La prima volta che parlammo, io avevo una traccia, tutta mentale, e un registratore. Evitando d’essere troppo direttiva, ogni tanto calavo qualche domanda nel suo racconto sulla propria attività lavorativa. A differenza dei suoi colleghi già incontrati, lui non aveva  sempre fatto il commerciante, in Italia. Quand’era arrivato, nei primi anni Ottanta, lavorava per la tv araba, e aveva continuato a farlo finché poco a poco, limitazione dopo limitazione, non resse più l’idea che lavorare come giornalista fosse rendere un servigio non al suo Paese, ma solo al potere, a un sistema  compromesso. Nella sua prospettiva, fare certi lavori, quelli per i quali si ha passione, quindi piegarli a certe regole, significa umiliarli. MEGLIO FARE UN LAVORO CHE PER TE NON HA VALORE, disse, assieme ad altre cose che in parte mi sembrarono molto forti, quasi estreme, talora coincidenti con le mie posizioni, e in parte mi restarono ambigue. Tra tutto, ricordo quanto disse su l’essere solo e la difficoltà di andare avanti senza una donna e, soprattutto, senza figli a dare un senso a questo stare al mondo. Insisté sul fatto che, in ogni caso, mai avrebbe fatto cose come andare al suo paese per tornarsene qui sposato con una ragazza più o meno sconosciuta e magari con la metà dei suoi anni. Tuttavia, espresse autentica comprensione per quanti tra i suoi compaesani avevano invece scelto di farlo. Quella chiacchierata mi lasciò la sensazione come d’una lacerazione in atto da sempre, sanguinante, e non sua soltanto, anche mia, cioè generale, poi di contraddizioni, tante, che mi si rafforzarono ogni volta che ricapitava di parlarci un poco, finché non sono arrivati gli anni della fronte costantemente aggrottata sopra la montatura color argento degli occhiali e sotto la stempiatura in rapida espansione. Ora, quelle poche volte che ci s’incontrava, subito diceva: EH, NON STO TANTO BENE, NON STO TANTO BENE, fuggendo, scomparendomi dal cospetto come un lampo.
Il suo socio m’aggiornava con un riserbo che faceva temere il peggio, finché un bel giorno, capitando in negozio, chiesi ancora di lui e mi fu detto: S’È RIPULITO, COMPLETAMENTE, intendendo che non toccava più un goccio. Il buon socio aggiunse che Talib s’era deciso perché era stato veramente male e IN PRATICA, I MEDICI SI SONO IMPOSTI. Solo adesso che stava meglio, disse poi, s’era reso conto di quello che s’era combinato, distruggendosi la vita per anni, ed era FINALMENTE ARRIVATO AD AVERE VERGOGNA DI SE STESSO. Questo giudizio m’arrivò come spirito sopra carne viva, non so bene perché.
Saranno passati tre, quattro anni, da quando Talib s’è ripulito. Adesso dice che sta abbastanza bene ma che prende troppi caffè. ALLORA FORSE È POSITIVO CHE OGGI TUTTI I BAR SIANO CHIUSI faccio e, guardandolo, mentre ride di gusto, mi rendo conto che è senza cappotto. PRENDERAI FREDDO esclamo. NON C’È PROBLEMA dice, mostrandomi che indossa tante maglie, una sopra l’altra – oramai è diventato bravo a togliersele e mettersele tutte assieme, come fossero una. Inoltre, in casa il riscaldamento non era ancora acceso, perciò non è che avverta chissà quale differenza di temperatura. Quindi  i nostri sguardi cadono insieme sopra la prominenza esagerata del suo ventre, sul buco nel maglione beige, ricucito in malo modo con un filo grosso di colore verde scuro. Ancora ridendo, dice che gli s’era bruciato con una cicca e che aveva rischiato di farsi scoppiare la pancia, quella volta. Rido anch’io, ma vorrei tanto tirar fuori uno straccio d’argomento che ci faccia discorrere dimenticandoci di come siamo messi.
Così provo a dire di come sta pian piano mutando il Corso, con le risistemazioni, le nuove costruzioni. Afferma d’essere molto contento del cambiamento; anche per questo, ipotizza, il negozio tiene botta. A PROPOSITO, AVETE TENUTO CHIUSO ANCHE VOI OGGI faccio, come fosse un evento del tutto eccezionale. E in effetti risponde che una volta all’anno si può anche fare, ché il suo socio ha famiglia e poi fa: EH, COSA VUOI, IO SCENDO OGNI SERA MA NON GLIELA DO PIÙ UNA MANO, SONO.. SONO.. NON SONO BUONO PIÙ A TANTO, abbassando gli occhi e piegando il collo in avanti, a spalle un poco ricurve, seguitando a passarsi la sigaretta spenta tra le mani. MI SONO LASCIATO ANDARE aggiunge dopo un po’ di silenzio, quasi sottovoce, MA NON PER UN VERO MOTIVO. ERA QUASI UNA SFIDA, STUPIDA – CON ME STESSO, CON IL CORPO, O CON IL TEMPO, NON LO SO, FORSE CON DIO. Resto muta, considerando parecchio strano che stavolta non se ne sia uscito con qualche ultim’ora, ché vive come attaccato a un magico tubo delle news, lui. È sempre stato tutto finestre sul mondo e poi ipotesi, argomentate, e considerazioni, sagaci. Mi chiedo se non abbia smesso solamente adesso di farlo, il lavoro che l’appassiona, mentre giro lo sguardo e ogni cosa attorno sembra diventata un gatto grasso che ci guarda e si tiene a distanza.

2 risposte a “DIARIO.padania(68)

  1. T, mi piace come racconti di certe cose. L’amore che ci metti, l’attenzione, la tensione verso l’alterità. Sei una magnifica scrittrice. Vedi l’oltre da te, l’altro da te e lo fai “te”. Non so se riesco a spiegare le sensazioni che mi dai, che trasmetti. Adesso vado ma questo post è uno di quelli che devo tornare a leggere. Tra qualche ora. Abbraccio.

  2. Apprezzo tantissimo questo tuo scritto.
    E’ incredibile come tu riesca a cogliere e a far cogliere aspetti di quello e dell’altro e di te che, poi, tu sai come far divenire “universali”.
    Torno a rileggerti.
    gb
    Complimenti