DIARIO.padania(69)

GIÀ FA BUIO E CI SONO LE STELLE, mentre lo smartphone dice che fuori abbiamo quattro gradi – l’auto è un forno, muoio di sete. Siamo su il finire delle feste generali e l’iniziare delle mie – ho letto un oroscopo convincentissimo. Laica mi bacia il naso, di tanto in tanto, senza tradire le sue eccitanti visioni di cibo. Oppure mi sta solo chiedendo dell’acqua. LA LUNA E’ UNO SPICCHIO SOTTILE, GUARDALA, e fa più luce di tutto.
I punti rossi delle auto scivolano accanto e s’affievoliscono presto: esserci, qui, su una strada, è contribuire a produrre distanza – comincio a sentirmene dipendente davvero, e a non poterne più. Mi consolo col pensiero dell’asfalto che è velluto, sotto il chiaro dei fari, ben teso tra pneumatici e scarichi, mentre pare liberare verso l’alto Tina Turner, con un pezzo che parla di una notte, crazy. Manca ancora un poco al rientro e già mi figuro il Brenta all’alba di domani, il vapore sulla sua superficie, l’erba bianca dell’argine, poi le tele di ragno esagerate dal ghiaccio, la grande finestra e, al di qua, l’odore del caffè, bello pieno di promesse. È cambiata già, la musica: questa mi sembra Giorgia in versione sorprendentemente smart. Però, m’infastidisce lo stesso, spengo. È difficile capirle certe semplificazioni, le canzoni, la comunicazione. Così, al volo, è difficile capire gran parte dei cartelloni, i nomi sulle insegne dei capannoni, quegli schieramenti di luminarie dalle case sparse nei campi, queste geometrie. Poi arriva odore di legna bruciata, e cambiano, le domande. NON SAREBBE MEGLIO SMETTERLA CON TUTTO QUESTO BRUCIARE?
Così lui dice che è bello scaldarsi col fuoco ed io (ri)comincio a maledire il bello come vasto concetto sempre troppo tra i piedi. Comunque, luna a parte, ho incontrato quasi niente di bello in questo tragitto, mentre più di qualche cosa m’è arrivata davvero brutta e fastidiosa, per esempio tutte le autovetture, poi la luce dentro l’autogrill, gli scaffali dell’insensatezza e molte parole dalla radio. Del resto, è andata così anche nei giorni addietro, minime parentesi a parte. Ed è così pure il rientro, anche se trovare il vicino, quello della quarta casa a Est, seduto sull’argine imbracciando una canna mi fa venire in mente una bella canzone, amata. Ma CAZZO, È PERICOLOSO STARE LÌ COSÌ, È BUIO PESTO, però ormai m’è chiaro che i pescatori di canale sono spinti da motivazioni le più curiose, con un’estetica tutta loro. Mica li voglio capire, né salvare. Semplicemente, ho paura possa capitare proprio a me di tirarli sotto, o di spingerli giù, nell’acqua.
Berto, coi suoi 54 anni portati davvero male, si cimenta in quest’arte da quando non lavora più, cioè da un paio d’anni, o poco meno, se non da prima. Non so, però, se abbia mai fatto abboccare un pesce, a parte quella volta che venne a suonarci per chiedere una foto al suo eccezionale bottino – una carpa enorme, spaventata e orribile. A volte mi pare che star lì sia per lui un modo per vedere gente, o farsi vedere, il modo per chiedere un saluto, e due parole. Così, quando gli dai occasione, e se trova il coraggio, Berto ti chiede se hai sparso la voce, se sai di qualche posto, rinnova l’invito a dargli una mano – per il lavoro.
Ha sempre fatto il cameriere, solo che adesso, trasandato com’è, pare che la sua figura proprio non sia più adatta. Insomma, nessuno lo vuole, neppure a chiamata, a ore, a voucher. MENOMALE CHE SON SINGLE mi disse un mattino, in primavera. C’è poi che, figlio unico di genitori apparentemente ancora in salute, può sempre contare su il tetto e il pane di mamma e papà – questo sosteneva illustrandomi la sua condizione fra equilibrio e squilibrio interiore e materialmente in bilico sul filo della buona sorte. Chiuse con un MA-METTI-CHE-NON-AVEVO-LORO a cui non seppi aggiungere mezza parola, dopodiché non ci siamo più parlati.
Non lo saluto neppure, stasera, non uno sguardo. Lo ignoro, ché mi danno angoscia i suoi capelli arruffati, le gote segnate dal dilatamento dei capillari, il gonfiore generale, il mento troppo spinto verso il petto, il sorriso a metà. Persino il timbro della sua voce solitamente m’angoscia, assomiglia a un cadere a manciate di pesanti biglie di ferro ora sopra terra spaccata, ora dentro un cratere profondissimo. La luna dà luce forte ancora, consola parecchio, ma la temperatura, dice lo smartphone, è di un solo grado adesso, sarà il caso d’entrare. Prendo il mio zaino, sorridendo al pensiero che quasi neppure devo disfarlo, ché Martedì riparto, quindi mi chiudo dietro la porta. Laica fa le feste alla casa, visita con cura ogni stanza e recupera la sua mini ciambella galleggiante – la raccolse non so più in che posto del delta del Po un mattino estivo di parecchi anni fa. M’immagino d’essere lei.

6 risposte a “DIARIO.padania(69)

  1. L’estetica dei pescatori di canale sarebbe un ottimo titolo per un romanzo. Mi piace. Quindi anche tu stai sul “vai e vieni” a quanto leggo. C’è freddo anche qui. Pare inverno!

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