Parole & Serial Killer

Sai quando hai la testa piena di parole – come fossero già scritte, cioè lì, pronte – e non riesci a tirarle fuori solo perché risucchiata nel vortice dell’esistere quotidiano, dei momenti indaffarati che si susseguono tutti uno dietro l’altro senza un interstizio in cui ci si possa sistemare per un poco, abbassando la guardia, e dire per esempio: ECCO, PER OGGI SONO CAPITATA IN MEZZO AD ABBASTANZA COSE, HO SENTITO E FATTO TUTTO QUELLO CHE POTEVO SENTIRE E FARE, PERCIÒ MI FERMO, MI METTO A SALVARNE LE TRACCE PRIMA CHE SVANISCANO. E – lo ridico – già ci sono, quelle tracce, le devi solo recuperare per depositarle al sicuro. Invece, niente, non ce la fai. Ecco, va così la maggior parte del tempo e allora scrivere, per me, è una sorta di sospensione dall’esistere, difficile, talvolta parecchio. Certe volte funziona come un vero e proprio strappo e ci vuole coraggio, ci vuole quel tanto di autocentramento nonostante il mondo intorno resti uguale, ci vuole chiusura, e follia. Così un tale, con in mano un vassoio con sopra roba da mangiare e niente da bere, mi chiede di sedersi al mio tavolo. Mi guardo attorno, vedo altri posti liberi e penso: PERCHÉ MAI TI VUOI SEDERE PROPRIO QUA DI FRONTE. Ad ogni modo, dato che se ne sta lì impalato con la roba tra le braccia e ha ignorato l’eloquente evoluzione del mio sguardo, scrollo le spalle. Dunque s’accomoda. Il punto è che, appunto, io sto tutta sul mio nuovo notes dalla copertina bluverde e non tollererò alcuna intrusione oggi. Ho camminato per ore, ho sofferto quasi per tutto, mi sono presa questo momento per tornarmi dentro quel tanto, perché mi servono, quelle parole tutte in attesa lì a farmi pressione – recuperarle: È DA QUESTO COMPITO CHE MI STAI DISTREAENDO, SCONOSCIUTO, PROVA A PENSARE.
Non sono riuscita neppure a considerarlo, di tornare alla mia occupazione, finché non s’è sistemato e non ha cominciato a consumare il pasto. Mi sono portata avanti col cibo invece e ho fatto considerazioni su di lui: che aveva ordinato la mia stessa pietanza, che aveva le mani molto curate, che teneva la schiena molto dritta e si portava la posata alla bocca utilizzando unicamente il movimento del braccio, poi altre piccole cose che magari trovavano in me il loro esatto contrario. È stato così che gli ho ipotizzato caratteri sinistri e, dopo un quasi scientifico divagare, ho concluso che forse era il caso di mandare un ultimo saluto a un paio di persone care, scusarmi con qualcuno e a qualcun altro dire: UN POCO STRONZO LO SEI STATO, rinfrescare le istruzioni riguardo a le ceneri (da buttar giù nel tombino, in strada, uno a caso), cancellare i miei profili social e il blog, insomma, cose così, perché era probabile che l’uomo seduto di fronte a me fosse un serial killer e che dunque mi restasse pochissimo tempo per chiudere tutto. Perciò ho tirato fuori il cellulare dalla borsa con gesto repentino e ho cominciato ad armeggiarci fingendo nonchalance, tra un boccone e un sorso. Ad un punto lui fa: BUONO, VERO? Dico: SÌ SÌ, senza distogliere lo sguardo dal visore, per non dargli modo d’attaccar bottone, ché mica ci casco, non mi faccio certo uccidere facile. Così lui ributta gli occhi sul suo piatto, nel vassoio grigio coi tre tovaglioli di carta ancora intonsi, e io mi metto a scrivere la prima email. L’operazione s’allunga più del previsto – non riesco a essere concisa, né diretta, cado in fastidiosi giri di parole – e intanto l’uomo, che pure mangiava lentamente, ha terminato il suo pasto e se ne sta lì, immobile, gettando alfine lo sguardo dentro a una specie di vuoto indefinito che inizia appena fuori dal suo vassoio e finisce sul bordo del mio. Ad un punto, m’è sembrato, sta per dire qualcosa, sennonché arriva un cameriere che chiede se possa portargli via il vassoio. PREGO, MOLTO GENTILE risponde, e segue con lo sguardo ogni gesto che quello fa, finché non scompare. Allora si rimette a fissare l’invisibile buco del tavolo e si capisce che proverà a parlarmi, ma subito torna il cameriere, che ora pare un vulcano in eruzione e fa: MI SPIACE TANTO, LE HO GETTATO VIA LO SCONTRINO! SE DEVE ANDARE ALLA TOILETTE PUÒ USARE QUELLO DELLA SIGNORA. LA SIGNORA CE L’HA ANCORA, VEDO: VALE PER TUTTI E DUE. Non una parola lui, mentre io faccio un’espressione tale che il cameriere si riempie di dubbio: NON SIETE ASSIEME? Rispondo: NO! MA A ME NON SERVE LO SCONTRINO, GLI PASSO IL MIO VOLENTIERI, ECCO, porgendolo al tizio purché se ne vada, al cesso o altrove. Il cameriere, tuttavia, sempre rivolgendosi a lui: NO NO! PUÒ FARSI DARE IL PASS IN CASSA. VADA IN CASSA E CHIEDA PURE IL PASS, quindi scompare per sempre, scusandosi di nuovo, con lui che approfitta del momento di leggera effervescenza per dire: LEI È ITALIANA. E io: CERTO. E quello: NO, PERCHÉ, PENSANDO FOSSE STRANIERA, NON ABBIAMO FATTO NEPPURE DUE PAROLE! PECCATO. Mi sono ricordata di un’altra volta che m’è stato detto PECCATO con quello stesso identico tono e allora faccio: PECCATO PER CHI, ripetendolo: PECCATO PER CHI. Mi guarda mezzo incredulo e davvero intimidito, poi: VA BENE, LA LASCIO. BUONA CONTINUAZIONE. Dico un SALVE, io, mentre ricaccio in borsa il cellulare e pure il notes, ché oramai non servono più: quest’omicida seriale fa fuori solo straniere, mi pare, e in quanto a le parole, forse non è vero che stavano tutte lì, pronte.

18 risposte a “Parole & Serial Killer

  1. ci si può davvero chiudere senza emergere tra se e altri da se?

    uno scritto che tanto sento
    godibilissima come sempre, senza consumo, la lettura…

  2. mi piace questa metafora, non so quanto voluta da te o quanto immaginata da me: il tuo compagno di tavolo uccide (o vorrebbe uccidere) solo le isole di silenzio, annientare le distanze, soffocare il diritto altrui alla privacy. Bene hai fatto a tenerlo distante e a disinnescarlo col peperoncino spray del sarcasmo.
    ml

    • 🙂 l’idea del sarcasmo come peperoncino spray mi piace molto e mi fa venire voglia di imparare a padroneggiare l’arma… Grazie ml.

  3. Sei riuscita a strapparmi una risata che è cosa difficilissima in questi giorni e mi hai fatto ripensare a quando in treno io ho incontrato il Mostro di Firenze sedicente professore universitario!!! 😉

    • [gioia! ti ho fatto ridere.. <3]
      i sedicenti professori universitari sono i peggiori (specie se poi lo sono veramente)! Come andò?

  4. …e meno male che non aveva roba da bere. Uno così mi pare di sentirlo, mentre tira su la sua bibita con la cannuccia e produce gorgoglii e risucchi ben oltre la media tollerabilità.