Insonne.8

Succede sempre quando mi sento visceralmente infelice, cioè quando l’angoscia è scivolata così in profondità da cacciarmi nel girone a me più familiare di quest’inferno, che è quello dei rassegnati. Allora capita che io faccia sogni inconcepibilmente dolci e mica è chiaro se il messaggio che essi si portano dietro s’avvicini più ad A o a B – dove A suona più o meno: BRAVA, SOLO SE SAI RASSEGNARTI PUOI ARRIVARE A SENTIRTI COSÌ BENE, mentre B fa: ECCO, HAI AVUTO LA TUA BELLA TREGUA, ORA PUOI RICOMINCIARE.
In ogni caso, è così che è andata stanotte: ho fatto un sogno dolcissimo, in quell’ora e mezza ricavata a fatica dall’insonnia improvvisa, dopo tanto fortunato susseguirsi di notti ben aderenti ad ossa che si stritolavano nella morsa della stanchezza e del temporaneo ma salvifico dimenticare il mondo. Ho sognato odore di pane e di biscotti nei forni d’un paese, di cibo semplice e paterno, nel suo farsi. S’era tra strade strette, tra edifici spinti uno di fronte a l’altro, che si sostenevano uno sul fianco dell’altro, per salite e discese e chiarori improvvisi, poi ombre nette e il ridisegno leggero dell’esistente: altre porte, e sbarramenti differenti, certi muri d’inconsistenza – una dimensione che puoi pure ignorare, va bene, ma non in un sogno. Così decido di prendere una laterale minima, quasi invisibile, che neppure sembra una strada, e scopro te laggiù, in fondo. Dirigi subito lo sguardo verso me, liberando il sorriso.
Con la schiena a schermare un raggio ampio di sole, seduto sopra a una lastra liscia di porfido, tieni incrociati i piedi dentro a calzini grigi, sei senza scarpe. PRENDERAI FREDDO, provo a dire, ma riesco solo a domandare: NON TI PIACCIONO QUESTI ODORI, NO? Quasi stordivano, erano tanti, simili tra loro eppure diversi, provenienti da più punti, sì, stordivano, ma tutto, per me, era bellissimo.
Non dici niente, continui a sorridere, quindi faccio: PRENDIAMOCI UN CAFFÈ, DAI. Allora intervieni, lamentando che al bar non hanno lo zucchero e poi: IN QUESTO POSTO CE N’È SOLTANTO UNO, DI BAR. Dico: CERTO, MICA SIAMO IN PADANIA – perché noi s’era, verosimilmente, in quell’Italia che i bollettini meteo piazzano nel centro, mentre quasi tutto il resto la vuole del sud. Però non c’era neve, né disastri d’altro tipo, era dolce come solo sa esserlo l’infanzia, almeno talvolta, per esempio in certi punti dove diventa acqua di risacca che ingoia e sfiata il reale con tutte le sue facce più feroci.
Abbandonata l’idea del caffè, domando cosa tu stia facendo messo così, lì.
SCRIVO rispondi, sorridendo sempre.
SÌ. SCRIVI faccio, mentre mi meraviglio di come entrambi parliamo del tutto sotto voce e di quanto siamo tuttavia distanti – tanto.
Poco dopo, al bar dei cinesi – gli unici già aperti alle sette meno cinque in questo nord(est) sedicente operoso – l’atmosfera è veramente onirica. Oltre a una frangia elettrizzata sul paio d’occhi a mandorla semi chiusi del barman con giacca a vento nera abbottonata fino al mento, ci sono due anziani i quali, dopo aver presumibilmente spazzato, come ogni mattina, il piccolo piazzale e il marciapiede fuori dal locale, si misurano con un mazzo di piacentine e col torpore della luce al neon. Stanno concentrati e agguerriti, restando muti eppure sembrando allegri, leggeri, spogliati come sono dai giubbotti ma caldi nei diversi toni di beige dei maglioni grossi sopra a la camicia di flanella a quadri, che allunga i polsini sulle mani nodose, con nessun cellulare sul tavolo. Mi colpiscono il metallo degli occhiali su entrambi i nasi ingigantiti e i capelli un poco arruffati. Sembrano surreali ed è forse, più che per altro, per l’atmosfera abulica della stanza, dove il televisore è ancora muto e i colori più accesi sono nelle tendine di gratta&vinci dietro a la testa del barman, che è davvero di poche parole. Ad ogni modo, non mi sorprenderei se m’arrivasse prova che sto ancora sognando.
Mentre usciamo, CIAO RAGAZZI, BUONA GIORNATA dice forte quello con meno capelli, distogliendo lo sguardo dal gioco per un momento brevissimo. L’altro gli fa eco, vivace: CIAO RAGAZZI! Entrambi hanno parlato, m’è parso, da dentro un limpido moto d’orgoglio per il far parte della veglia, per l’essere visti e il poter prendere parola, legittimi occupanti d’una scena e, anzi, suoi custodi.
HO FATTO UN SOGNO allora ho detto, appena fuori. Poi più niente.

5 risposte a “Insonne.8

  1. T, ultimamente stai superando te stessa. Sempre più belli i tuoi post. Mi commuovo alle lacrime perchè c’è una bellezza soverchiante. Per me è così quando ti leggo specie negli ultimi giorni. Oggi ho provato più volte, vanamente, a raggiungere il tuo blog. Ora capisco perchè non mi si apriva prima. Per leggere questo post ci voleva l’ora adatta ed era “ora”.
    P.S. Non ci sei più nel mio lettore. Stavolta sei tu che mi “sparisci”. Bacio.