DIARIO.padania(74)

Non venivo qui in biblioteca da mesi. Ne sentivo un poco la mancanza e, ora, esserci dà una certa effervescenza – zero voglia di lavorare dunque. Ieri, a Bologna, Strada Maggiore era bellissima, ma andavo di fretta, mi guardai intorno giusto quel poco che serve a orientarsi e se entrai in un bar fu solo per rianimare un momento il cellulare. Vi trovai un tale che mi ricordava intensamente qualcuno. Era un omone col naso importante, il capello liscio di lunghezza media e quel grigio che rivela tutto il biondo del passato. Ebbi anche modo di metterlo a fuoco bene, mentre armeggiavo con il caffè e la presa di corrente – lui sfogliava Il Resto del Carlino. Però niente, non seppi risalire a qualcuno di preciso. Pioveva ieri. C’è pioggia anche oggi, qui a Mestre, e curiosamente c’è pure l’omone del bar bolognese o, perlomeno, uno che gli assomiglia molto. Gli vedo bene il profilo destro: ha la stessa lunghezza della barba (tre giorni, o forse quattro) e lo stesso sopracciglio foltissimo. Anche lui esibisce rughe come solchi, orizzontali sulla fronte alta. Sono differenti i capelli: un poco mossi e di sicuro meno bianchi, sebbene raccontino lo stesso biondo della giovinezza. Non l’ho mai visto prima, no: mica può essere lui la memoria che il tizio di ieri tentava di destarmi. Anzi, per quanto me la renda più viva, non fa che accrescermi la confusione. Se facesse gesti magari, se cambiasse posa o se potessi vederlo da davanti.. Sta invece tutto concentrato su un libro di tremila pagine scritte in piccolo – ed è a poco meno della metà. Comunque ha ancora addosso giubbotto e sciarpa, come se dovesse fermarsi per un tempo breve: magari tra poco si alza per andarsene e si volta verso me per prendere lo zaino appeso alla spalliera della sedia, così lo vedrò bene. Intanto mi offre la curva del naso, appesantita da un paio d’occhiali spessi. Soprattutto è spessa la montatura, scura. Ecco, sì, ha occhiali così l’uomo nella mia testa. Ma è Bologna che m’ingombra i pensieri: con i marmi scivolosi sotto ogni portico, l’Inferno di Giovanni da Modena che stavolta non ho potuto salutare, il mio liberatorio abbandono del gruppo di redazione, quella volta e, poco più indietro nel tempo, la strana notte in cui tornai a sdoppiarmi, poi il mattino che la seguì, con la mia sciarpa color rosso sangue, lunghissima e traforata, che agganciava continuamente cose mentre camminavo. Intanto lui, che prima leggeva tenendo entrambe le mani sui fianchi del libro, ha fatto scivolare la destra sotto il tavolo. Ora piega e solleva la gamba sinistra, portando lo stivaletto sull’altro ginocchio, per grattarsi la caviglia. Ecco! Ora so chi mi ricorda, e dunque chi mi ricordava il tizio di ieri. E’ un signore che vedevo spesso quand’ero bambina. Di lui so ben poco: viveva con suo figlio, un giovanotto biondo, coi lineamenti marcati, che lavorava nel vicino mattatoio e che vedevo sovente saltare giù dalla cella frigo del camion con sulle larghissime spalle manzi mezzi a mezzi, per consegnarli alla macelleria che stava di fronte a dove abitavo. Pare avesse preso il posto di lavoro del padre, il quale si ritirò presto, ché dopo la morte della moglie s’era AMMALATO DI TESTA, come diceva mia nonna. Il vecchio camminava molto, quasi sempre da solo, ed erano poche le volte che si fermava con qualcuno a fare due parole. Anche i bambini lo consideravano svitato e, al di là dell’aver assorbito le narrazioni adulte, un mezzo motivo ce lo pure avevano. Bastava infatti che gli ti rivolgessi chiedendo: MINGE’ CHE ORA E’ affinché lui rispondesse: ASPE’ NU MUMENDE, dopodiché si chinava parecchio in avanti, sollevava, piegandola, una gamba e guardava sotto la scarpa, in mezzo alla suola. Quindi dava l’ora. Noi non avevamo una vera cognizione del tempo; nei pomeriggi in strada, dopo la scuola, il pranzo e i compiti, le ore si dilatavano drasticamente arrivando lentissime al crepuscolo e restando fino alla fine insaziate. Perciò non ci siamo mai chiesti se Vincenzo dicesse l’ora giusta, credo. Tuttavia ce lo immaginavamo, eccome, che avesse una specie d’orologio come inserito nella suola. La domandina magica io non la formulai, mai, ma quante volte qualcun altro lo fece per dimostrarmi che era facile e che era vero, che Vincenzo guardava sempre e solo sotto la scarpa per sapere l’ora, e che era divertente. In effetti, Vincenzo faceva facce strane, spassose, sebbene per niente amichevoli e, anzi, vere facce da burbero. Talvolta ghignava, talvolta anche ci urlava contro – sempre però dopo aver compiuto la cortesia d’informare sull’ora. Per i miei compagni era tutto un ridere, ogni volta. Altro che polli d’allevamento eravamo, lì in strada già a farci rodare, ingranaggi nella macchina del Normale, a esercitare la gioia del Noi già terribilmente intrecciata a l’esclusione dell’Altro. E in mezzo a tutto quanto Vincenzo faceva la magia di performare un’alternativa all’ovvio, d’espandere un poco le connessioni simboliche alle quali un giorno avremmo potuto attingere, consapevoli oppure no. Vincenzo, direi, era arte incarnata, e donata, come lo era pure qualcun altro lì, in quel quartiere di poveri e d’ignoranti: erano balzi-al-di-sopra per ognuno di noi, bambini fortunati, ché Vincenzo e gli altri c’erano capitati vicino ben prima che imparassimo l’automatismo d’abbatterli a colpi di scure certi slanci. E così, mentre col naso cerco d’individuare figure care nella biblioteca di Mestre, Bologna mescola ancora i pensieri e mi stringe al mondo: c’è il Compianto sul Cristo morto, trovato per caso a Santa Maria della Vita quella volta con Raffa, ci sono i  ricercatori della riunione di ieri, che per il mio grado zero di carriera mi pensano giovane, ci sono quei cinque passi lentissimi fino al cancello in quella sera di dicembre e l’idea matta – e reale, negli effetti, come fuoco dentro le narici – che per noi il tempo misuri proprio niente.

9 risposte a “DIARIO.padania(74)

  1. “la gioia del Noi già terribilmente intrecciata a l’esclusione dell’Altro”

    eppure tutte le interconnessioni che traversano e smuovono tempi, luoghi, persone

    le piazze, abitudini – abitazioni – d’un angolo o piazze riconosciute, sotto un passo (una suola parlante, quasi oracolare) che sa spiazzare l’ovvio

    non so… questo mi passa, mi trapassa, ed altri… leggendoti ora

    bella sempre di vite…

    e tu

    buon sabato
    baci

    • tutte le interconnessioni, sì, fortune – e all’improvviso non capisco perché sia in genere così difficile amare. Grazie Dora, il Sabato lo culla la pioggia, qui, poi vado a prenderne un po’. Come stai tu? La stanchezza è passata?

    • dimentichiamo che l’amore è semplice, forse, ma richiede, a volte, scelte forti e coraggio. Poi non lo so…
      Adoro la pioggia e anch’io oggi sono uscita a prendere qualche goccia sottile
      Notte di riposo, spero, per te
      anche se le tue insonnie sono meravigliose…

  2. Bellissimo Vincenzo che si era messo il tempo sotto ai piedi e bravissima tu che non finisci mai di emozionarci con il tuo raccontare. 🙂