Addio, mamma di Martino

Delle storie che ci portiamo dietro, quelle che ci s’incastrano tra le budella e negli anni ci s’incarniscono dentro, sappiamo bene che a un certo punto smettono di farsi raccontare, sebbene siano lì, nel tutt’uno che ci costruisce. E se anche pare abbiano smesso di fare male non è che durerà. Di Martino era un po’ che non dicevo, nulla, a nessuno. In realtà, sono in pochissimi ad averne saputo qualcosa.
La sua esistenza io l’ho attraversata per un momento brevissimo, un lampo, anche se lui continua a stare tra i nodi di linfa rara che mi uniscono al mondo e alle sue meraviglie. Martino stesso era una meraviglia. Siamo stati compagni di classe, per un po’. Lui arrivò solo in seconda, ché la famiglia s’era trasferita in paese da una qualche località limitrofa. Così venne a gustarsi le acrobazie della nostra maestra appassionata delle gare di tabelline verbi e poesia, fascista al midollo e populista fino all’ultimo boccolo da bigodino diametro otto. Venne a sognare l’altrove facile che s’intravedeva dietro a quell’incipriarsi guance e naso ogni metà mattina prima di rinfrescarsi il rossetto color corallo o, più raramente, rosso aranciato. Poté anche lui desiderare carezze da quelle mani sottili, spesso bianche di gesso, che per la festa della mamma scartavano regali senza sorprendersi, mai. Imparò forse anche lui a riconoscere i gesti dello slancio da sopra a sotto come quando, per esempio, lei si recava in via della Rocca e tornava con piccoli zingari strappati del tutto temporaneamente da un mondo altro, gonfia di senso del dovere e fede cieca nell’individuo educato cioè scolarizzato istruito colto che volevo essere anch’io – chissà se anche Martino..
Arrivava sovente marchiato dalla cinghia del padre, anche in viso e, se la maestra chiedeva di poter parlare col genitore, puntualmente arrivava la madre. Questa, il più delle volte duramente ripresa davanti a tutta la classe per le condizioni del bambino, faceva mostra dei segni sul proprio, di corpo, dicendo che non era in grado di fare alcunché, lei. Il marito non era un cattivo uomo, raccontava con grande avarizia di particolari, tuttavia il rapporto con Martino era difficile, ché il bambino aveva questo problema del dormire (di punto in bianco cadeva in uno stato di sonno profondo) e l’uomo invece pretendeva si comportasse come uno normale, che fosse ubbidiente e cioè non piombasse nel sonno così, nei momenti più sbagliati. E siccome con le buone non otteneva risultato alcuno, ad un punto passava alle cinghiate, inevitabilmente, dispensandone anche a chiunque si mettesse in mezzo.
Martino era tenero e bellissimo, con due grandi occhi strabici fatti d’una enorme palla bianca sulla quale navigava un’iride acquosa, d’un celeste chiarissimo. Silenzioso sotto il biondo liscio dei capelli un po’ lunghi, sorrideva sempre volentieri da dietro tutto quel pallore e la timidezza, anche quando gli sanguinava il naso restandone lui stesso un pochino impressionato. Qualcuno diceva che era un poco scemo, ma no, questa considerazione io mica l’avevo fatta mai. L’unica inferenza audace la feci quando morì, portato via da un camion lungo la statale mentre andava mano nella mano con sua madre. Quello che pensai, appena ne avemmo la notizia, fu che lei avesse voluto per così dire liberarlo. Cioè, ebbi una limpida, piena, spaventevole percezione del ruolo intenzionalmente attivo che la donna aveva avuto nella dipartita di Martino. Fu un sentire stranissimo, nettamente accusatorio e tutt’intriso di rifiuto – per quanto avessi solo sett’anni, ne ho un ricordo così chiaro..
Poi il tempo è scorso lento e veloce per tutti e ogni tanto l’ho ancora incontrata, la famiglia di Martino, numerosa di molte figlie femmine e tutte con quegli occhi grandi, acquosi e strabici. Sono invecchiata credendo che nulla e nessuno m’avrebbe svuotato quella sacca di veleno che all’improvviso mi s’era svelata dentro come fosse stata da sempre tutta intera lì, mia. Ma l’altro giorno…
Fu Martedì mattina, era tardi e faceva caldo all’inverosimile, nella stanza in penombra roteavano basse zanzare implacabili, quando arrivò Maria, per lasciare dei panni stirati. Cercarono di presentarmela come spesso fanno i vecchi qua, dandomi dei riferimenti su dove abita, dove abitava prima e prima ancora e che lavoro ha fatto per tanti anni, con chi è sposata sua figlia e l’altra e l’altra ancora. “Non saprei “ dissi, “tutti questi dettagli mi sfuggono. Però lo so chi è questa signora” e, mentre la donna mi guardava in faccia cercando di stabilire una connessione tra le nostre memorie, con tono tremendo dissi: “è la mamma di Martino”.
Pietra in viso e fuoco nel profondo diventò lei, fulminandomi, dopodiché volse lo sguardo al vuoto davanti a sé dicendo a mezza bocca: “è stato tanto tempo fa”. “Eh, certo” risposi, “facevamo la seconda elementare. Ero in classe con lui”. Lentamente lei mise insieme altre parole emettendo un suono sordo come fa il bicchiere quando si frantuma sotto un cuscino: “Quello… morì”, significando forse che avevo tirato fuori un riferimento vecchio, non certo adatto al caso. “Lo so” feci io, “ti ho detto che ero in classe con lui: lo so”. Lei non aggiunse altro, salutò velocemente a gesti – non me, gli altri soltanto, tutti pietrificati, anche se di Martino sapevano nulla. Quindi lasciò la stanza con movimenti meccanici, sempre guardando il vuoto davanti a sé. Ciao, addio mamma di Martino.

(Qualcuno dice che in questi giorni sono feroce. In realtà, sono solo una che ha dissipato il miele fino all’ultimo granello – cit).

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