Mattino, pioggia.

Era giorno da poco e mi sentivo ancora più feroce. Per questo ho preso l’auto e una corsa leggera su per i fianchi delle colline rotonde, decisa a passare per dove un tempo s’andava a rifarci gli occhi gettandoli giù verso il mare e a respirare un’aria migliore, presto che non era ancora chiaro del tutto, coi nasi fuori dai finestrini dell’auto posteggiata tra i rovi, in fila dietro ad altre auto con dentro altri bambini, tutti presi dalla tosse convulsa. Strani rimedi suggerivano, i medici, allora. Ora tu, da quell’accanto distante, fai segni significando che respiri col naso e forse va bene così, anche se non ci son le parole. Sì, un poco respiri – sento – ed io mi rincuoro, ché forse presto tutto si trasformerà: la sfiga, la paura, la rassegnazione, la sfiga la paura la rassegnazione, la sfiga la paura e la rassegnazione.

All’improvviso però la pioggia ha preso a colpire con peso lamiera e vetri, e a me adesso sembrava che fossimo lì solamente per mischiare il battito alle cose un po’ belle e finalmente fregarcene del respiro e del dire. Così: FUMIAMO, ho fatto. Poi con l’indice perpendicolare davanti alle labbra chiuse: SSSHT, come allora quando andavo con mio padre dentro al temporale e i finestrini, chiusi tranne l’ultimo centimetro, s’appannavano, con la sigaretta che ardeva mentre la strada non ci stava più, davanti, ché gli scrosci l’avevano sbarrata. Non c’era una parola, non un suono che fosse intenzione e nostro, eppure tutto in noi era Verso, aperto e chiuso, pericoloso e bellissimo.

Oggi non m’interessa respirare. Le cose pulsano già pazzamente lì fuori, a tratti ondeggiano, persino danzano, tra acquattamenti e slanci. Anche la quercia, che è qui da allora, cede a curiosi, fulminei piegamenti, facendo rumore, quasi uguale al canneto, che fruscia come l’autostrada là sotto e uguale alla vecchia donna con grembiule a fiori che scorre sui bordi del campo di granturco col cuore a mille, lo vedi come fa: va a mille come il mio. Ma pure le cose, tutte quante, pulsano tremende: per prenderci in mezzo, stritolarci. A noi, ancora, tocca di provare a salvarci, e non basta il respiro, di certo  – dov’eri finito..

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