Dono

Prima di partire, ieri, andai dal mio produttore preferito a prendere un vino, un preciso Montepulciano, che non riassaporavo da anni. Mi fu detto, però, che dal 2004 ancora non lo si riesce a tirar fuori dalle botti. Credo d’essermi mostrata, ahimè, così rammaricata che il tizio (Mario, si chiama), preso come da profonda commozione, lasciò lo stanzone dove riceve i clienti e sparì dietro al portone dell’edificio adiacente.
Intanto era arrivata Elena, la sua sorellona, una che prima o poi attacca a fare: CIAO – CIAO – CIAO – CIAO – CIAO, mettendosi in attesa, impaziente e ansiosa, innervosendoti non poco, specie se non ne sapevi niente. Ciò che aspetta è il momento del conto, anzi, del pagamento. Allora si fa bellissima e grottesca insieme: appena vede i soldi, sgrana gli occhi – scommetto che il cuore comincia a batterle furiosamente – e ci si avventa sopra raccogliendoli con un gesto talmente rapido che la sequenza dei movimenti sfugge del tutto alla tua vista, anche se sei preparato e ti ci metti d’impegno, a osservarla. Così se li porta al petto e, tenendoli con tutte e due le mani, esce dallo stanzone, senza nemmeno salutare, per sparire dietro al portone dell’edificio adiacente. Avviene ogni volta, anche se fino a qualche anno fa non mancavano varianti: sin quando è stata in vita la madre (della quale lei faceva l’ombra) era infatti come si sentisse più sicura, in qualche senso più libera, e non era raro che interagisse coi clienti in maniera un poco più articolata.
Quando vidi Mario tornare ebbi come l’impressione che nel frattempo fosse successo qualcosa, di molto serio anche. Le sue spalle stavano piegate ben più di prima, mentre il capo a ogni passo s’inclinava verso sinistra in un ondeggiamento del collo tale da lasciar immaginare una melodia lamentosa salirgli su dal petto. Le gambe, spinte avanti con lentezza inverosimile, sembravano a ogni falcata star lì lì per invertire il verso, farlo tornare indietro. Arrivandomi vicino disse, con una voce a filo e tenendo la bottiglia ritualmente tra le mani: HO ATTINTO ALLA  MIA RISERVA PERSONALE. IO SPERO SOLO CHE QUESTA BOTTIGLIA VADA A UNA PERSONA CHE SIA UN INTENDITORE, PERCHE’ E’ UN VINO VERAMENTE PARTICOLARE, TU LO SAI. ME LO DEVE APRIRE PRIMA, ME LO DEVE SERVIRE A DICIOTTO GRADI CIRCA e blablà (ed è uno di poche parole, lui). Stavo per dirgli qualcosa del tipo: No-ma-se-lo-devo-togliere-a-te-allora-no, o forse glielo dissi anche, comunque ad un punto mi saltò all’occhio l’annata e l’imbarazzo m’ammutolì. Così neppure riuscii a spiegare che l’intenzione era scolarmela da me, quella bottiglia, io sola, tutta.
Quando ci salutammo – Elena era già sparita da un pezzo, dietro al portone dell’edificio adiacente – volle dirmi che nelle ultime mattine erano stati al mare, lui e sua sorella. Vanno sempre dalle sei e un quarto alle sette e mezza: l’orario migliore, perché poi cominciano ad arrivare la gente e il sole. LA GENTE E IL SOLE, gli feci eco tra me e me, la-gente-e-il-sole, cercando di trasformare in pensiero quel senso tremendo di solitudine che  mi si stava spingendo dentro da quand’ero arrivata, e non era mio.

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