Piove

 

Tuona qui, cadono gocce rade ma grosse e rimbalzanti. Rallentano tutto e un poco offuscano: le linee dei muri, gli spigoli duri, le direzioni segnate, il dentro-fuori delle poche finestre spalancate. E’ gradevole, come certi raccontini di buoni sentimenti, come una poesia senza nervo, e di sicuro non era quel che mi serviva.
M’interrogavo invece, fino a un momento fa, su l’importanza dell’esser in profondità aperti: non certo per i cambi d’aria, gli smilzi passaggi di vita, gli investimenti scontati, conservativi, ma per poter accogliere cose altre, esponendosi alla perdita, anche continua. Pensavo al senso, insomma, del disporsi alla rivoluzione – di sé. Poi mi son ricordata che c’erano ancora biscotti, nella scatola, così me la sono portata sul legno di questi gradini arrangiati, dove amo sedere giusto perché t’invitano fuori e tuttavia, tenendoti dentro, mettono te e le tue protesi pretenziose un poco al riparo dal sole o, come adesso, dalla pioggia. E ho accantonato la questione.
Già suonano sirene, poco fuori dal centro, e come ogni volta mi riportano a Milano, con la valigia a rompere lo specchio alle bellissime pozzanghere dei suoi marciapiedi secondari, lavando le ruote dagli sputi, da certi espettorati schifosi. Tu fai silenzio come fosse discontinuità, mentre a me pare uguale ai versi che non mi rivolgi da un tempo lunghissimo, sempre come da dentro a un gioco di prestigio, sul nostro filo del tutto eccentrico rispetto all’esistere che ci continua attorno e nostro malgrado ci evolve, ma non ci risolve, mai.
Mica comprensione ci vorrebbe adesso, per me: un taglio al tubo dell’aria invece, a colpi di parole sorde, anche spietate, perché ne ho avuto già tanto di silenzio. Sempre santo, sì. Era un fiore sfacciato, da quanto profumo aveva, ma non bastava, neanche allora. Ad ogni modo, ora piove, da nord-ovest: evviva, sebbene l’acqua non ridefinisca altro che l’odore di queste canzoni, e non ce n’era bisogno. Sono nuovissime, ma me l’ero già messe sotto a questa lunga larga gonna, come ho visto fare alle zingare al supermercato: io mi nascondo l’ingombro di quella natura geniale, ché ‘sto mondo non se la può di certo permettere.
Celebra la luce intanto il bicchiere, chiuso a tutto il resto: neanche la pioggia riesce ad allungare il mio vino, ahah. Saremo ancora a lungo durissimi, con noi?

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