Il copione

Era tutto verde l’arrampicarsi del glicine su per la grondaia fino al secondo piano, non c’erano altri colori. Era verde anche l’allungarsi dello sguardo verso la siepe d’alloro, e lo era il ritmo nelle cime d’un pugno di giovani conifere nel giardino di là della strada. Più oltre, per quanto un giallo vivace qua e là s’infiltrasse, sfoggiavano vasti il loro bel verde i campi di soia – lì, gli occhi arrivavano per perdersi. Sullo specchio brillante del fosso anche, c’era il verde. Verde era la nuvola dei rovi, con le loro spine fittissime e intuizioni di frutti ancora non pronti. Lo stesso colore, però molto chiaro, era quello delle cimici, che ora si mischiavano col resto ma presto si sarebbero avvinghiate al tepore delle case, per finire magari tra le pieghe della biancheria, provando a salvarsi. Tutto era verde, forse all’eccesso, e brillava, accendendo un’estate che tanto era attesa, quanto si rivelava poi la stagione più tremenda di tutte, ogni volta.
Dominava il verde pure sulla sciarpina a motivo di felci con la quale gli stava con forza stringendo il collo. Non provava mica a ucciderlo: sapeva bene che si sarebbe difeso. Anzi, era lei quella in pericolo, perché probabilmente lui, a un punto, l’avrebbe aggredita a sua volta e quindi sopraffatta.
Questo pensiero la induceva a stringere più forte. Non che temesse una reazione, tutt’altro: la cercava. Il punto era che desiderava essere lei a vincere, contro ogni ragionevolezza, e contro quel patto scritto da nessuna parte e sul quale ognuno tutto sommato s’appoggia parecchio, tanto da ri-firmarlo ogni volta, con l’inchiostro di linfa nuova che usa sgorgarci dalle tempie a ogni tipo di primavera. Lotta alla pari, questo voleva lei, da cane a cane. Anche adesso, che l’aveva assaltato arrivandogli improvvisamente alle spalle, sperava solo che venisse allo scoperto, generosa e sfacciata, quella violenza rimasta sempre a minacciarla da fuori e urlarle da dentro, senza  mai lasciarsi sperimentare davvero. Era sempre lì, pronta, dietro ogni angolo e ogni paio d’occhi estranei. L’aveva incrociata innumerevoli volte nel buio dei pomeriggi d’inverno: lasciando l’ufficio, uscendo da un supermercato, rincasando da teatro, come quella sera di febbraio sotto la pioggia aspettando il Novanta. C’è poi quella volta che scese già alla fermata successiva a quella di salita, sulla Verde – direzione Cascina Gobba: un soprabito chiaro, sfiorandola, l’aveva inondata di panico e bisogno di sentirsi al sicuro – ovvero, da sola. Ancora, c’è un mattino di nebbia in cui ogni improvviso passante, sbucato dal niente, le pareva avere come unico fine il raggiungere lei, colmo di cattive intenzioni. Chissà cosa le avrebbero fatto, tutti, se non avesse ora affrettato il passo, ora cambiato direzione e addirittura programma, ora deciso d’entrare in un bar, concitata e tremante, immaginando di chiedere aiuto. Tutto questo di tanto in tanto le riattraversava i pensieri, raggelandola di vergogna tremenda.
Ebbene, quel che adesso avrebbe voluto era insegnare all’uomo della sua vita la stessa paura che avevano insegnato a lei, affinché ne sentisse finalmente la presenza, costante, latente eppure attiva e oltremodo insidiosa, capace di contaminare ogni tipo d’incontro. Non ne andava certo orgogliosa, di questa pulsione. Quel mattino, tuttavia, anch’essa ricadeva sotto il dominio del verde, che prevaleva su il dentro e il fuori, il brutto e il bello, il vicino e il lontano, su tutto. Se lo sentiva fin dentro le viscere, benevolo, legittimante, mentre stringeva più forte la sciarpina odiando il fare mezzo divertito di lui, che fingeva affanno prolungando la postura sconnessa e il riso senza voce misto al finto lagnarsi. Tutto di lui svelava l’attesa d’un gioco più divertente e d’un ruolo attivo per sé. A un punto, disse AIUTO allungando di molto la O, ancora nel gioco, e fu lì che  lei con un colpo repentino, attingendo a tutta la forza che pensava d’avere, incrociò i due lembi verdi da dietro la nuca divaricando le braccia più che poteva. Immaginò il suo volto cambiare totalmente, gonfiarsi, farsi dapprima rosso, con gli occhi sbarrati, la fronte gocciolante e fredda, quindi subito dopo bianco, anzi: azzurrino.
Ci vollero pochi secondi affinché l’uomo si liberasse, dopo aver fatto altri tentativi d’urlare emettendo suoni fastidiosissimi. S’era portato le mani al collo, per strapparsi via la scarpina, e s’era liberato, con facilità estrema. Quindi si voltò con un impeto di ribellione, e un poco la sorprese: per il viso, ché non aveva affatto segno d’una qualche pena attraversata. Quasi subito lei si sentì prendere i polsi, ruotati violentemente verso l’esterno, dentro una morsa così forte, ma così forte, che cadde in ginocchio. Finì proprio in ginocchio, sì: lei-in-ginocchio-ai-suoi-piedi. Almeno, però, ora non aveva paura.
Desiderava di morire così, lì, ma anche che nei giorni a venire, tra i pochi loro intimi, si parlasse di lei come d’una che aveva combattuto, provocato anche, va bene, comunque senza aver delegato alcunché a lui, né al caso, che poi non esiste, né ancora al copione ereditato. Così, gli lanciò una craniata all’inguine, pesantemente, tanto che lui lasciò la stretta e, furioso, l’aggredì. La prese a cazzotti, in testa: uno, due, poi una presa di fiato profondo e un terzo colpo, a pugno chiuso, il destro. Perse i sensi, o si addormentò. Fece sogni bellissimi.
Quando si svegliò era da sola, nel verde generale, ancora. HO PERSO, disse tra sé, rimettendo poco a poco in fila la sequenza dell’accaduto e guardandosi quasi da fuori, senza più furori, né strane ambizioni. La violenza le faceva schifo. L’aveva imparata a casa sua, ma ne aveva sempre provato ribrezzo. Poi, era ovvio che lui avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva che sarebbe servito a niente sfidarlo: né a far sì che si sentisse suo pari, né a cancellare da dentro certe voci, come quella del genitore che dice all’adolescente d’un tempo: TI HO VISTA, ERI AL PARCO, IMBOSCATA CON QUELLO: COSA TI HA FATTO, EH, COSA TI HA FATTO?
Insomma, passò il tratto fondamentale del giorno restante a piangere e singhiozzare, senza cercare di calmarsi. Del resto, poteva permetterselo: la casa era vuota. Lui non c’era e il gatto era andato a nascondersi, o forse era rimasto chiuso fuori. Ad ogni modo, sarebbe arrivato il buio prima o poi, e tutto si sarebbe placato. Qualche cosa avrebbe persino cambiato di significato. Guardò fuori dalla finestra, oltre ogni livello del verde, scostandolo dai grigi che le sembravano parecchio accresciuti, a dismisura per le poche ore trascorse, mentre il cane dei vicini abbaiava a qualche fantasma che lo beffeggiava senza tregua da fuori il recinto, come accadeva spesso. SI POTREBBE ESSERE FELICI, pensò, ACCONTENTARSI, come in generale sapeva fare benissimo, da sempre. Questa cosa, però, questa del non potere amare come avrebbe voluto, da pari a pari, cioè pienamente, non si poteva proprio accettare.
Non c’era alcunché di simmetrico tra loro e questo aveva finito col riempirla di rabbia, negli anni. Le aveva mischiato la stima l’attrazione il trasporto al disprezzo più inaspettato, alla voglia di ferire, di sfidarlo anche nel conversazioni e su gli argomenti più banali. Era stato per questo che aveva imparato ad avvinghiare le gambe ai suoi polpacci – lei distesa, lui sopra, prima di fare all’amore. Da lì lo sapeva bloccare, incastrandolo in una morsa dolorosissima che gli divaricava innaturalmente le ginocchia e gli impediva di reagire: dimostrava che poteva fargli male, prima che ne facesse lui a lei. Voleva essere pensata come capace di resistergli, di controllarlo in qualcosa e almeno per un momento, di procurargli dolore, fisicamente. Affinché si capissero era necessario che ciascuno avesse dentro un po’ di quell’antica paura: di ricevere il male, di dover subire, di rischiare la vita, e per mezzo dell’altro. Ne era sempre più sicura.
Ad un punto, le sembrò di sentire la sua voce: SONO STANCO, CI STIAMO DISTRUGGENDO, SMETTIAMOLA. C’era nessuno lì, in realtà; tuttavia si calmò. Si gettò dentro ad altro verde, stavolta tutto interno, passando attraverso una minima foglia di ficus caduta dal vaso nell’angolo nordovest del salotto strapieno di stampe ammucchiate, di cuscini sul divano, di led nel lampadario, di orecchi dei vicini, di carte di cioccolatini, di nomi sulle copertine. Constatò la totale assenza di suoni, poi cambiò stanza e: AVREI DA FARE ORA, pensò.
Non era la prima volta che gli metteva le mani addosso, e che lui si rivoltava violentemente. Ormai era convinta non ci fosse altro da fare per tentare un qualche tipo di dialogo, smuoverlo dal silenzio e dal suo resistere alle richieste di confronto. Insomma, lo invitava a una lotta vera, ché la storia della non violenza è anch’essa un’astuzia maschile. Voleva una lotta coi corpi e senza che si dovesse pensarli tra loro diversi in partenza, senza nessuna paura che da una o dall’altra parte non ci si potesse difendere.
Lui prediligeva il silenzio – ed è violenza anche questo: una forma tra tante e forse la più formidabile. Nei momenti migliori, sempre, taceva. Rifiutava qualsiasi idea d’una costruzione condivisa di prospettiva. S’arroccava, s’induriva, s’addormentava persino – già dopo pochi minuti che lei faceva BLABLA’. Non si difendeva dalle accuse, non ne muoveva a sua volta. In principio lei non capiva se lo facesse per non ferire o solo per autodifesa. Era stato necessario attraversare diversi anni più o meno insieme prima che lei arrivasse all’ipotesi che si trattasse proprio del suo modo di offendere e, in un certo senso, d’annientare. Quanto ci mettesse intenzione, questo a un punto non le interessò più.
Fu più avanti, un’altra estate, che successe l’impensabile. S’era in quel momento della stagione quando il fosso è divenuto minimo, placido del tutto, con nessun fluire sotto la spessa coltre di verde chiaro che ne ha mutato la superficie da vetro a velluto. Sebbene si fossero compiuti cicli e avvicendate stagioni interiori le più inaspettate, era sempre tutto verde intorno al piccolo condominio incastrato tra il sentimento dell’ameno e quello del fuori mano, tra il senso di dormitorio e quello d’improbabile condivisione. Per molti mesi il tempo era sembrato allungarsi all’inverosimile, anzi: frastagliarsi parecchio, fra tutte le decisioni prese e cambiate, quelle difficili, dolorose, quelle rinnegate, poi riprese e di nuovo lasciate perché era chiaro che non ribaltavano alcunché. C’erano state notti come soffocate nella risacca d’un oceano che  senza amore sbatte feroce sulle rive, martoriate. Però, c’era stato anche l’amore inondato dalla madreperla liquida di certi mattini indefiniti, liberati, pronti a tutto. Ci s’era presi, lasciati, ripresi, sfuggendo, ricomparendo, sordi, muti. In certi momenti, c’erano state anche parole a milioni, di lei, e qualche rara, lunga mezz’ora d’ascolto, di lui, poi la scoperta faticosa di traiettorie che parevano buone a capirsi, per presto invece accogliere l’idea che capirsi non significava altro che gettare lo sguardo su quanto c’era di sfiorito nel giardino dell’altro. Ad ogni modo, c’erano stati i bei film la Domenica pomeriggio e gli infusi d’erbe, la programmazione di viaggi e le delusioni dai viaggi, la cioccolata allo zenzero e gli amici espansivi, poi frasi sintetiche per le solite riflessioni, che fanno tutti: cose dette e ridette, quelle indagate già in mille modi, e re-imbrigliate nel severo rigore dei luoghi comuni. E forse era stato questo a salvarli, per un po’ d’anni, a farli sentire parte di qualcosa e l’un l’altro vicini – quanto s’infuriava ora, lei, se si metteva a pensarci.
PER FAVORE CERCHIAMO UN MODO DIVERSO, faceva di tanto in tanto, riferendosi a loro due. Per lui, però, era sempre stata una cosa normale l’asimmetria lamentata dall’altra. La prendeva come un gioco consueto d’attrazioni e respingimenti che s’inscriveva perfettamente nell’ordine delle loro giornate, fatto di picchi di fastidio enorme e altri, invece, di tenerezza estrema, accanto al pasto frugale consumato sul divano la sera, all’acido delle albicocche cotte sulla crostata del mattino, alle lavatrici da stendere osservando un numero inaudito di regole, alla polvere rimasta sul televisore per dimenticanza della signora del Mercoledì, al parquet inciso dai tacchi a spillo il Sabato sera, al ragno da non uccidere ché porta guadagno e all’intero quotidiano – ciò che pare ordinario eppure è tutto quanto fatto dallo straordinario: cosa che intuisci solo se trovi quello sguardo perfetto verticale che osserva tutto da dentro i processi. Lei s’applicava in questa cosa forse più di quanto avesse senso fare e, comunque, contro ogni tendenza e raccomandazione, tanto che a un punto arrivò a temere che questa ricerca, evidentemente infertile per le necessità del suo vivere, potesse prima o dopo farla impazzire. Chissà.
Quell’estate, si diceva, in quel verde brillante che solo i luoghi d’acqua sanno far durare, e in un pomeriggio terribile, ché forse era metà agosto e forse le ore quattordici, lui le parlò lungamente. Dapprima, la sua voce era vicina e dolce, tanto che lei tornò dentro al conforto d’una sera di tanti anni prima, la più amata, tra i ricordi. Lui se ne stava seduto a raccontare un’idea, un proprio nuovo progetto che pareva bizzarro ma possibile, mentre lei lavorava al pirografo: persino risentiva il legno bruciare sotto il segno sottile – quel fuoco nato spento eppure con un tale odore. Poi invece lui s’irrigidì. Voce e parole sembrarono improvvisamente d’un altro: erano di nuovo finiti a molte esistenze di distanza, come accadeva in certe sere fredde, con lei accovacciata sulla vecchia stuoia marrone a produrre inezie, nello studiolo, in mezzo ai ritagli di legno accatastati, e lui in cucina a lavare i piatti e preparare già ogni occorrenza per la colazione dell’indomani.
Dunque, esordì dicendole che a suo avviso avrebbe dovuto trovare uno specialista, per riceverne seriamente aiuto. Come la stupì e come la ferì ques’uscita: quasi quanto le parole che si sentì rivolgere poco dopo, dalle quali ricevette conferma della vanità delle proprie visioni e di tutti gli sforzi fatti. HO NIENTE PER TE, IO. NIENTE PER AIUTARTI, NIENTE CHE TU POSSA PRENDERE PER AVERNE BENE, fece lui.
MI ARRANGIO, SAI, gli disse, e l’altro abbassò gli occhi, quasi suggerendo che s’aspettava una risposta diversa. Lei, allora: NON ERA IL BENE, CIÒ CHE MI DOVEVI DARE.
SÌ INVECE, s’accese lui, PERCHÉ NE HAI BISOGNO E TE LO MERITI. PERÒ DA ME NON POTRAI AVERNE. ORA LO SO PER CERTO: IO PROPRIO NON HO NIENTE PER TE. Così anche lei provò a ripetersi: NON VOGLIO NIENTE, ME LA CAVO. NON SERVIVA CHE TU MI STESSI ADDOSSO. PERCHÉ, SAI, QUESTO HO IMPARATO NELLA NOSTRA TENEREZZA SENZA FONDO CON RADICI ALLUNGATE FINO ALL’INESPLORABILE: IO NON VOGLIO DEL BENE DA TE.
INVECE, sospirò l’altro, ERA PROPRIO QUANTO IO VOLEVO AVERE, IN QUESTA STORIA: QUALCOSA PER TE. E NON ERA PER CHI SA QUALE PULSIONE, O TESTARDAGGINE, O BISOGNO DI RESTITUZIONE. ERA SOLO PER TE, IL TUO BENE.
MAH, replicò lei con voce bassissima, A ME BASTANO DEL BUON VINO, I PIEDI NEL VERDE, IL DITO TRA GLI STAMI E, IN CERTI DISASTRI, UN ODORE CHE MI SIA BUONO E NARCOTICO A SUFFICIENZA, POI SCOVARE L’IMMENSO DENTRO LE RUGHE, SPERIMENTARE… e avrebbe continuato a lungo se, dopo aver smesso di guardarla da molti minuti, lui non si fosse chiuso la porta alle spalle, sparendo. TU VOLEVI PRENDERTI VITA DI RITORNO, allora fece tra sé, per concludere, mentre ricompariva Elio, il gatto. QUELLO CHE VOLEVO IO, INVECE, ERA CHE IL COPIONE FINALMENTE ANDASSE IN PEZZI.

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