Caterina

Il gelo gliel’avrebbe fatta di nuovo  scura e gonfia, la mano sinistra. Lo sapeva. Tuttavia doveva uscire. Avrebbe lasciato l’altra mano rigorosamente in tasca, ma la sinistra le serviva libera. Le era necessaria per farsi equilibrio, sui passi, ché oramai era così instabile dentro quel claudicare polimorfo, che pareva ballasse sempre, come le aveva detto la sua Betti lo scorso Venerdì, dopo averla da lontano osservata fare il pezzo – un venti metri, all’incirca – tra il panificio e l’ufficio postale. Quindi, per la ventesima volta dalla fine dell’estate, le aveva ripetuto: “Le scarpe, mamma, devi ricomprarti le scarpe”.
Che bisognava uscire lo diceva sempre anche Betti, tradendo con lo sguardo carezzevole un leggero senso di colpa: il non poterla accompagnare. “É giusto che sia così: i giovani hanno da fare. Dovrebbero monetizzarlo al massimo, il tempo, fino a che possono permetterselo”: questo si ritrovava spesso a considerare, Caterina. Però, non bastava a non sentirsi sola. Era sola, sì, quasi del tutto, anche se fino a un paio di lustri addietro non avrebbe dato il minimo credito a chi le avesse anticipato che un giorno sarebbe arrivata a questo.
Ad ogni modo, l’emergenza adesso era il gelo. Non aveva mai sopportato il freddo. Ne era sempre stata messa in condizione di difficoltà generalizzata, di vera debolezza. Il freddo le rendeva arduo anche pensare, ragionare con lucidità, scrutarsi dentro e, ancora di più, girare lo sguardo tutt’attorno, attingere al groviglio dei mille fili dell’amore che puoi incontrare per la strada – per quanto a lei si palesassero sempre come uno schianto fuori da tutto il buio, cioè qualcosa per niente arduo da vedere, finanche da seguire. Insomma,  qualsiasi bene potesse immaginare capitarle andando fuori, con queste temperature le era proprio un’impresa decidere d’uscire.
Quasi allo stesso modo, però, era difficile stare in casa. Con la sua pensione, i termo li poteva fare andare un paio d’ore al pomeriggio, ed era anche troppo. Per il resto del tempo, non poteva che starsene col giubbotto e i calzettoni a inventarsi la necessità di migrazioni da una stanza all’altra, cioè a “fare cose concrete”, come le piaceva dire – pulire i vetri, i pensili della cucina e gli armadi fino almeno a una certa altezza, magari redistribuire i contenuti tra i cassetti. Anche spostare di nicchia le pile di libri era tra le sue routine antigelo, come altre piccole cose così, utili solo a evitare il panico da visioni come quella di sé inerme a morire – si fa per dire – assiderata: la testa piena di pensieri abbarbicati alla vita e tuttavia, lei, impossibilitata pure alla più minima azione, col corpo bloccato a terra, scivolando nel congelamento tanto all’improvviso quanto forte restava l’ottimismo animale dal quale non era ancora riuscita ad affrancarsi, dopo tutta una vita di fregature. Caterina non riusciva, mai, a sospettare il peggio, almeno fino a che non vi fosse irrimediabilmente implicata.
Il punto è che certe case hanno i muri così sottili: il gelo fa presto ad arrivare dentro. Non lo contrasti a basso costo, qui, l’inverno, proprio no. Perciò, anche oggi usciva. E non le importava se del sole non c’era mezzo raggio, se la nebbia tagliava la faccia e il bar-tabacchi le sembrava più lontano di quanto non fosse stato mai. Si sarebbe gonfiata e illividita di nuovo, la mano sinistra, ma lei aveva necessità di andare giù e fare cose, fosse anche solo lambire per qualche momento i palazzi semi eleganti del corso, ripassandone l’armonia delle linee e immaginando contagio. Prima di tutto, comunque, aveva Alma da salutare, dirle “buongiorno” affacciandosi alla porta del negozio con la vetrina più triste di tutta la via – avendo smesso da un pezzo di far bella mostra dei formati di pasta fresca più estrosi del mondo. Le avrebbe detto il solito “Alma, ci siamo anche oggi” e, attraverso semplicemente le pieghe della voce, l’avrebbe aggiornata su come il giorno l’abitava stavolta, con quanto senso in meno o in più rispetto a ieri.
Di lei, invece, avrebbe capito che respirava ancora, seduta davanti al bancone con la biro tra le dita a mo’ di sigaretta e lo sguardo fissato a un foglio di cruciverba, sopra agli abiti color blu di Persia oppure blu oltremare, o egiziano, di Prussia, acciaio, o persino grigio perla. “Ciao Rina, stammi bene”, così sarebbe stata congedata, e in genere a lei questa cosa piaceva davvero molto.
Il bar-tabacchi poteva essere affollatissimo se andavi verso le undici, undici e mezza, e questo l’avrebbe eccitata ma anche messa un poco a disagio, con la capigliatura scompigliata alla quale oramai s’era dovuta rassegnare, poiché un po’ per la mole e un po’ per i dolori non era più buona a tenere su le braccia con leggerezza provandosi nel dare una forma a capelli ispidi e da sempre ostili all’ordine. Da giovane, però, mai s’era azzardata a uscire di casa con un filo fuori posto, mai. Cosa era diventata adesso, si chiedeva, incontrando la sua figura sgraziata sulle vetrine. Cosa era capitato e come aveva potuto pensare fino a solo una manciata d’anni prima che ci fosse ancora tempo affinché tutto tornasse a posto – e quest’invenzione era decisamente ciò che le mancava più di tutto.
Il bar-tabacchi a quest’ora, invece, era quasi vuoto, a parte qualche figura ignota e il barista-tabaccaio magro magro e altissimo che mai guardava negli occhi. S’avvicinò al banco, fece per tirar fuori le sue cartelle dal sacchetto di tela nero con sul davanti una scritta bianca – NON C’É SALVEZZA SE NON NELL’IMITAZIONE DEL SILENZIO – quando una voce la chiamò: “Rina! Rina, oh madonna, tu sei Rina!”.
Era Giovanni, impalato all’ingresso, pieno di stupore. Lei interruppe il recupero del plico e “Chi non muore, si rivede” fece. Non s’abbracciarono, non si strinsero la mano, ma dopo poco, senza averlo deciso, si ritrovarono a sedere al tavolino più appartato, accanto al frigo dei gelati che vibrava fastidiosamente e di tanto in tanto anche sussultava, con lui che aveva ordinato un caffè alla Sambuca. S’erano messi a parlare di bevande passate di moda, ridendo molto, chissà perché poi. Lui fu insistente nel tentare di far prendere un caffè pure a lei,  “o qualsiasi altra cosa” aveva detto con cogli occhi che ridevano, “Offro io!”. “Non prendo mai niente al bar, grazie” aveva declinato lei. Allora si mise a parlare di soldi: “Non ce ne sono mica più” disse abbassando la voce, “sono finiti i tempi, Rina mia. Io, certe volte, non so proprio come fare ad andare avanti senza chiedere ai miei figli”. Lei restava zitta. Proprio non avrebbe voluto parlare, di niente. E poi detestava si mettessero in mezzo i soldi, nei discorsi; anche perché riteneva fosse assolutamente il caso di tacere riguardo alla propria, di situazione finanziaria. Non poteva mica dire che aveva smesso di prendere le pastiglie per la circolazione solo perché non se le poteva più permettere. “A chi lo dici, Giovannino” fece soltanto, a un punto, quasi tra i denti.
A lui si gonfiarono gli occhi. Se ne sentì infastidita, lei. Così le fu di grande sollievo che ricominciasse quasi subito a parlare, anche se di nuovo il denaro era l’argomento. Parlò delle spese di ogni mese, quelle fisse, poi dell’acqua che dalla grondaia s’infiltra nella parete ovest della camera da letto. “La casa è un peso enorme” fece, “e il corpo ancora di più”. Le disse del diabete, della pasta integrale cattiva che danno alla Bottega Solidale, del tonno scaduto che però non va considerato effettivamente scaduto, e sempre dei soldi che non ci sono, cioè se ne vanno e non arrivano più. Li stramaledisse.
Lei fissava la sua mandibola, ne seguiva i movimenti tutt’altro che fluidi, mentre si domandava cosa fosse diventato Giovanni adesso, con quella lagna, il fiato d’alcool, la sciarpa vecchia, il cranio lucido, la mandibola sfasata. Dopo poco, s’alzò dalla sedia, tirando fuori il malloppo di schedine del lotto già compilate, sempre le stesse da mesi, e disse con voce sicura, a metà tra l’interrogativo e l’esclamazione: “Ma che fine abbiamo fatto..”.
“Una brutta fine, almeno io, veramente brutta” da dentro il groppo della gola, lui.
“Quella volta eravamo pieni di speranze e di pezzetti di storia da fare..” sorrise Rina.
“Sì, pareva dovessimo compiere chissà quali imprese” seguitò lui, “invece abbiamo finito col farci il fuoco, con le nostre poesie”. E confessò d’avere bruciato ogni sua raccolta, già molti anni addietro, dopodiché chiese cosa ne avesse fatto, lei, delle proprie.
Dirigendosi verso il banco, Rina sospirò: “Giova’, ci vediamo”. Quindi considerò che per rincasare e ritrovarsi finalmente da sola li avrebbe fatti volentieri i necessari quattro passi, anche in velocità, per quanto affaticati e del tutto sgraziati. E si sentiva leggera, poi, mentre andava e pensava che nacque ambidestra e che le poesie, invece, le scriveva tutte ancora con la sinistra – guardandosi la mano. Non era gonfia, stavolta, né scura.

 

2 risposte a “Caterina

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