Il problema dei fiori veri è l’acqua

Con un passo mal posto smuovo il manto marrone di aghi di pino, in un’aiuola, e mi sembra di cambiare l’assetto di cose fondamentali, scomporle, osso compreso: la morte e la vita non sono quanto di più semplice si possa immaginare ma, di nuovo, un enigma tremendo e succhia forze. NON MI PARE VERO, NON MI PARE ANCORA VERO, sento dire da una voce di donna che non vedo – ferma dietro l’angolo. Si rivolge a un uomo che non le risponde e del quale scorgo la mezza manica blu, il braccio abbronzato e un sacchetto bianco appeso all’indice destro. Passo oltre veloce, senza guardarli, anch’io col mio sacchetto bianco a penzolare. Un’immagine m’ha appena catturata, da lontano, quando un istante di vento inatteso mi dà una spinta leggera verso già qualcosa d’altro. Sicché muta ancora la scena: la donna dall’abito blu chiaro che presta la spalla all’uomo vestito di scuro, il quale scarica un’altra parte del suo peso sul bastone, diventa un gatto che scruta lontano con accanto un altro che si pulisce il pelo, entrambi mezzi neri e mezzi bianchi a squagliarsi in chiazze al suolo, in pieno sole. Potrebbero scegliersi un posto all’ombra, no? Compongono gruppi cupi i cipressi, allargando il riparo sull’asfalto rovente – altro che la meraviglia di quando se ne stanno improvvisi e sottili dentro certe cornici di curve dolci e di innumeri toni di verde. Se ne stanno grassi e previsti, qui, coi loro strobili in grappoli d’enigmi e quel gran silenzio di fondo che sanno fare essi solo. Così le poche parole, che di tanto in tanto chi c’è va pronunciando, t’arrivano nette e con richiesta di piena attenzione. IL MAZZO IN SILICONE È MEGLIO DI QUELLO IN TELA PLASTICATA: LO LAVI E LO ASCIUGHI SENZA ROVINARLO, RESISTE AL SOLE, NON SCOLORA. IL PROBLEMA DEI FIORI VERI È L’ACQUA, CHE FA ZANZARE spiega una, e dice che sì, sono altrettanto dignitosi i fiori finti, a patto che siano ben fatti, ben assortiti, ben sistemati, ben tenuti. GUARDA, ROSANNA, IO NON CE L’HO MAI PENSATA, le fa l’altra. PER ME I FIORI RECISI AL CIMITERO SONO UNO SFREGIO: AI VIVI E A CHI NON PUÒ PERMETTERSI NIENTE. IO QUI CI VENGO, FACCIO IL MIO SALUTO A OGNUNO – VOGLIO DIRE: FACCIO IL GIRO INTERO DEI MIEI MORTI. FACCIO IL MIO DOVERE. E MAGARI RESTO UN PO’ IN… MEDITAZIONE, PER ME. E LO FACCIO SPESSO. MA NIENTE DI PIÙ. Dopo aver provato un paio di volte a interromperla invano, Rosanna guarda verso il vicino gruppetto di cipressi, tace per qualche secondo, quindi sospira, e racconta. UNA VOLTA, IN MEZZO AI RAMI DEGLI ALBERI, QUA E LÀ, LA GENTE RIPONEVA I FLACONI VUOTI DELLA CANDEGGINA E DI ALTRI DETERSIVI: SERVIVANO PER RINNOVARE L’ACQUA NEI VASI. ANCHE SE NON L’AVEVI PORTATO TU, LO PRENDEVI, LO USAVI E LO RINASCONDEVI TRA I RAMI DEI CIPRESSI. MA LO NASCONDEVI NON NEL SENSO DI IMPEDIRE AGLI ALTRI DI PRENDERLO! NEL SENSO, INVECE, DI NON IMBRUTTIRE IL CIMITERO. SÌ, PERCHÉ ERA UN BEL POSTO UN TEMPO QUI, C’ERA PULIZIA, C’ERA CURA. ERAVAMO TUTTI PIÙ IGNORANTI MA C’ERA PIÙ SENSO DI… NON SO, SENSO ESTETICO? MMMH… DECORO, ECCO, C’ERA DECORO! SAI… NON LO SO SE SONO MEGLIO I FIORI DI SILICONE O I FIORI VERI. La sua interlocutrice non l’ha affatto seguita. Ridice che lei proprio non lo trova un senso per i fiori recisi al cimitero e che, al massimo, le piacerebbe vedere piantine: UN VASO DI CICLAMINI, DI MARGHERITE, UN BEL GELSOMINO, O UN GERANIO, PERCHÉ NO. UN GERANIO, CHÉ ALLONTANA LE ZANZARE. Alzo gli occhi per verificare quanto il suo aspetto corrisponda all’idea che me ne sono fatta. La penso coi capelli corti e brizzolati, col viso allungato e molto abbronzato e, se non giovane, certamente giovanile. É invece pallida, ha la faccia tonda con strane rughe sopra gli zigomi; i capelli lunghi e ricci sono tinti d’un chiassoso castano-rame.  L’altra invece non riesco a vederla, a parte l’abito bianco e rosso a grossi fiori e un po’ svolazzante. Però intuisco che ha almeno sessantacinque anni e capelli striati di biondo dritti fin sopra le spalle. Scommetto che si lasceranno con un saluto freddissimo; nessuna delle due sorriderà. Intanto, sotto il sole, gratto il mento di uno dei gatti e cerco un ritmo nei passi della donna vestita di chiaro che presta una spalla all’uomo vestito di scuro – hanno invertito il senso, stanno tornandomi incontro. Chiederò a loro l’accendino per i lumini che mi porto nel sacchetto.

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