Il nome

Di tanto in tanto capita, d’incrociare uno sguardo più o meno familiare il quale, tuttavia, rimane a lungo non riconosciuto. Aveva deciso di fermarsi e voltarsi indietro, dopo il sussulto, perché avvertiva che pure dall’altra parte qualcosa era avvenuto, quantomeno un rallentarsi del passo, se non un arresto di tutto il corpo, nell’incastro del QUESTA-QUI-IO-LA-CONOSCO-MA-CHI-È. Quello stato di tensione di quando la memoria è presa da un lampo, mentre il raziocinio resta impigliato in questioni antecedenti, s’era sempre rivelato in qualche senso magico, per lei. Chissà stavolta.
C’erano stati istanti allungati all’inverosimile tra il primo contatto visivo e il secondo, così che aveva avuto tutto il tempo per ripassare la statura e le movenze dell’altra, persino i colori che indossava: celeste e verde, forse pure un po’ di marrone. Questa, invece, di certo aveva ripercorso il contorno voluminoso della sua testa, i capelli spezzati dalle decolorazioni e arruffati dall’umido del mattino nebbioso, il naso arrossato. L’inverno stava strisciando via, ritraendo poco a poco dai giardini, dalle siepi, dagli alberi alti e bassi e dai palazzi le sue fitte, vaste ramificazioni e loro, presumibilmente entrambe, in quel frangente sospeso ne avevano potuto penetrare la lena pacata. Nel frattempo, il venditore di uova sul marciapiedi teneva testa a una cliente con una voce terribile, che richiamava molto un piccolo elettrodomestico in funzione dentro a un cucinino minuscolo, come un tritatutto potente che s’accanisce su un pugno di nocciole tostate, ché stai guarnendo una torta e gli ospiti attendono. Il furgone della gastronomia, invece,  mandava un bouquet di odori male assortito e insopportabile a quell’ora del mattino: pollo e maiale arrosto, pesce fritto da parecchio, poi l’agrodolce a sorpresa del saor. Per il resto, ancora non ce n’era molta di gente, in giro.
La sfiorò un’anziana, che la oltrepassò spingendo un carrello a doppio uso: le borse della spesa sotto – aveva comprato radicchio tipo treviso e arance – e il piccolo cane sopra, un quadrupede intabarrato, biondiccio, dal pelo corto, il ventre largo e le palpebre mezze abbassate sopra agli occhi pieni di secrezioni, specie il destro. Le orecchie erano sproporzionate, alte, ma ingentilite da una cornice di pelo lungo e scuro. Lei s’era intenerita; senza lasciarsi distogliere, però. Doveva assolutamente scorgere ancora la persona appena incrociata, capire chi fosse, semmai salutarla e, magari, un attimo parlarci. Così, girato il busto di quasi centottanta gradi, GIOVANNA! si sentì dire attraverso un sorriso limpido e generoso – anche l’altra s’era fermata e girata. Quel foulard a fiori celestini che spingeva giù la linea dei grandi occhi nerissimi e sbigottiti e che passava tutt’attorno al viso, per poi fasciare il collo annodandosi dietro, sulla nuca, dentro al giaccone verde scuro, quel foulard poteva essere davvero un buon indizio. Non erano poi molte le donne velate che aveva conosciuto, di certo bastano le dita di una mano per contarle. Però, niente. Proprio non riusciva ad associare a quella figura un’identità o anche un fatto, una circostanza, un discorso o, almeno, un paio di parole.
NON TI AVEVO RICONOSCIUTA, si sentì dire – nel frattempo s’erano avvicinate. STAI BENE? I BAMBINI COME STANNO? BEH, DAI, BAMBINI, ORMAI SARANNO DUE BEI GIOVANI, DOPO TUTTI QUESTI ANNI. DOVE ABITATE ADESSO? E avrebbe continuato probabilmente ad accatastare quesiti se lei, setacciata per qualche istante la memoria, non avesse mezzo urlato un SÌ, rivedendosi in quel pomeriggio di giugno nella sala parrocchiale. Aveva accompagnato il suo secondogenito al compleanno di un compagno del corso di musica, ai tempi delle elementari. Le erano tornate in mente dunque le due ragazze arabe, giovanissime, che quasi non proferirono parola, solo sorridevano, un poco in disparte, ed erano rimaste fino alla fine della festa. ACCIDENTI, È PASSATO UN SECOLO, SÌ. NON TI AVEVO RICONOSCIUTA, CAVOLI… QUASI VENT’ANNI. E TUO FIGLIO? CHISSA’ QUANTI NE HAI ADESSO. NON CI SIAMO PIÙ INCONTRATE DOPO QUELLA VOLTA DEL COMPLEANNO DI PIERGIORGIO!
NO NO, IO TI HO VISTA SPESSO, PER UN BUON PERIODO, ALMENO ALL’INIZIO. QUI AL MERCATO, OGNI TANTO. MA DI PIÙ A SCUOLA. I NOSTRI FIGLI STAVANO IN CLASSI DIVERSE MA… E così le raccontò che a volte l’aveva vista andare a prendere i bambini, mentre se ne stava in attesa in cortile col suo gruppetto di amiche mamme, tutte col velo: per questo, forse, lei non l’aveva mai individuata, era troppo confusa tra le altre.
MA, SCUSA, PERCHÉ NON MI CHIAMAVI, PERCHÉ NON TI FACEVI RICONOSCERE?
Rise, nervosamente e, nel ridere, L’ITALIANO, fece, IO NON LO SAPEVO PARLARE. ERO QUA DA ALCUNI ANNI, UN MINIMO LO CAPIVO. MA, FINO A CHE I FIGLI NON SONO CRESCIUTI E NON SONO ANDATI A SCUOLA, NON POTEVO IMPARARE A PARLARLO, affidando alla voce quella contrizione leggera che omaggia di scuse ma ha già superato da un po’ il senso di colpa. Lei pensava varie cose insulse mentre la donna si raccontava riportando a galla, senza alcuna paura, vecchi imbarazzi e solitudini. Tra sé e sé divagava, come per evitare che quello scambio si trasformasse in qualcosa di più che un normale saluto al volo, per quanto fuor di routine. L’araba le parlava invece davvero in confidenza; arrivò a dirle di come la sua vita fosse cambiata da quando aveva cominciato a sentirsi sicura con la lingua e le svelò il rimpianto di non aver potuto stringere amicizie con le italiane quand’era giovane, cioè QUANDO HAI LO SPIRITO GIUSTO PER L’AMICIZIA. Qui lei asserì fermamente che aveva ragione. Aggiunse che più si va avanti con gli anni e meno si ha curiosità per l’altro e, poi, si è presi da talmente tante, concrete e, a volte, gravi preoccupazioni che non si ha tempo neppure più per coltivare quelle vecchie, di amicizie. Intanto, aveva cominciato a domandarsi quali pensieri avesse potuto fare negli anni quella donna su di lei, come le fosse possibile ricordare ancora il suo nome, ché s’erano parlate una volta soltanto. Il fatto è che sospettava di non averlo mai saputo lei, invece, il nome di quell’immigrata, e cercava una giustificazione, per sé. Nel contempo, scorreva mentalmente la lista della spesa, pensava agli appuntamenti del pomeriggio e persino al giardiniere ingaggiato per la potatura della siepe l’indomani: idiozie, che accorciarono la durata dell’incontro, dato che l’altra ne aveva avvertito l’ingombro, interpretandolo come mancanza di interesse alla conversazione. S’erano dunque salutate in modo del tutto sbrigativo e lei non aveva fatto alcunché per soddisfare quel mezzo bisogno che man mano le era cresciuto nella pancia, e cioè conoscere quel nome. Ad ogni modo, tra il diradarsi della nebbia e una sensazione di calore che le saliva dalle ginocchia, attraversò velocemente il mercato, dirigendosi verso il suo pescivendolo più fidato. Pensava solo ai suoi bambini, al fatto che oramai erano degli adulti.

3 pensieri su “Il nome

  1. la voce del venditore di uova (o la voce era della cliente?) come un piccolo elettrodomestico, bè ho visto pure le nocciole tostate e gli ospiti in attesa fuori dal cucinino.
    questo per dire che non è sterile minuziosità dei dettagli ma modo efficace come anche gli avvenimenti alla periferia del nostro campo mentale ci penetrano dentro dirottandoci dai nostri intenti per qualche istante almeno.
    ml

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