Guerina

Finalmente la pioggia. L’andatura rapida e dritta, una specie di sorriso che tendeva all’amaro ma invano, il chiaro luminoso dei piccoli occhi che buttavano lo sguardo sull’asfalto solo un poco più avanti del passo: era appena partita – cinque minuti da casa. Le restavano da fare ancora due chilometri abbondanti per raggiungere la farmacia. Non che avesse urgenza, avrebbe potuto attendere la disponibilità dei suoi figli, la mano sempre tesa di Valentina, o l’offerta un po’ distratta di Roberto. Tuttavia, era precisamente questa cosa a esserle la meno accettabile della sua nuova condizione: procrastinare, in nome di un aiuto più o meno scontato da parte di chi, invece, avrebbe solo dovuto seguitare ad essere aiutato, da lei, la madre.

La pioggia era, più che altro, foschia corpulenta quando comincia ad acquistare un più deciso ordine suo interno e ad aggredire le cose tutte del mondo ritirandosi progressivamente dalla negoziazione. Era come un graduale ossidarsi di argento, ma anche la promessa di una fine per bruttezza e non sensi. Era il ricordo di una corsa sotto l’acqua battente con Dino giù al mare, poi il farsi d’una variazione, il riemergere alla normale mobilità dell’esistere con le sue onde vaste e i suoi sommovimenti minimi, sempre poco prevedibili e, per questo, vera vita.

Pensava che ne avrebbe approfittato per comprare anche del pane, dato che stava andando in paese e forse, a quel punto, per non farlo inzuppare, avrebbe aperto l’ombrello. Se l’era portato, altroché: quello piccolo, ripiegato, da borsa, che poi non era neppure tanto piccolo, né inconsistente e instabile come di solito questi aggeggi sono. Era un regalo di Bianca, sua nipote, per un Natale, o un compleanno – non lo ricordava più. E comunque avrebbe mantenuto pacatezza, l’aria, questo era certo: nessun rischio di rovesciamento per il suo ombrellino. Altrimenti, non sarebbe uscita davvero, ché a ottant’anni compiuti l’incertezza oramai aveva cominciato ad intrufolarsi anche tra le sue caviglie e tra le ginocchia, prima ancora che tra gli anelli dorsali, la colonna di quell’edificio minuto ma forte che la conteneva e che solo da un paio d’anni aveva preso a richiedere un poco di seria manutenzione. La conteneva? Che idea balorda, come se al di là lei, Guerina, fosse anche qualcosa d’altro, come se con la morte di suo marito non ne avesse avuto la riprova, che non siamo che corpo, oltre a quella cosa curiosa e infinitamente cangiante, instabile e contingente che chiamiamo memoria, cioè i ricordi nelle teste degli altri, agganciati senza pace a ciò che di concreto in vita sei riuscito in qualche modo a siglare – i figli, le case, le cose. Ebbene, pensava, che si facesse pure più fitta questa pioggia, non la temo. Che si facesse, anzi, forte e capace di cancellare le ragioni di quello che ricordo, di quello che so. Che mi facesse dimenticare i morti, e pure tutti i nomi.

Oramai era fradicia, per questo non voleva salire sull’auto della vicina che l’aveva notata uscire e, avendo visto la pioggia farsi insistente, aveva pensato di andare a recuperarla. Aveva dovuto molto insistere ma alla fine Guerina era salita, scusandosi novecento novanta volte già nel primo minuto – per il fatto che le stava portando acqua nell’abitacolo. Aveva raccontato di esser dovuta uscire, nonostante la giornata pessima, perché aveva terminato le pastiglie per l’ipertensione e se ne era accorta solo al momento di assumere il farmaco. Aveva mentito, peggiorando le cose, perché ora questa la stava accompagnando fino in farmacia con l’intenzione di attenderla e riportarla a casa. E lei, che aveva sentito un fuoco bellissimo prendere possesso del suo volto senza mai smettere di aumentare d’intensità dallo splang della portiera in poi, lei non sapeva opporsi. Non sapeva cosa inventarsi a sostegno di un no-grazie, non trovava una vera ragione per il rifiuto. Così, a disagio e tuttavia con in gola il sollievo del sentirsi al sicuro, a lei, che si chiamava Guerina perché era nata in tempo di guerra, non restava che fare due parole: sul più, sul meno, sul tempo, che muta, su le gemme e i fiori, gli alberi, la campagna e la confusione generale, riscontrata in questi giorni finanche tra le formiche.

Gli animali, oh sì, questo dono sublime di alterità, pensò. E così pensò a Tania, ai suoi trentotto gradi fissi di temperatura corporea e agli ultimi otto mesi di notti passate a spingersi l’una contro l’altra, al prodigioso contatto tra almeno una vertebra dell’una e una vertebra dell’altra – quell’incredibile mischiamento di linfe e di nature. “Può sembrare assurdo sentir dire una cosa così, anche a me, a me stessa fa un non so che, e non avrei mai pensato che un giorno sarei arrivata a dirlo, anzi, neanche a pensarlo, ma davvero senza Tania non sarebbe vita, la mia, adesso che non c’è più Dino”, questo le disse. La donna si distrasse un momento dalla strada per cercarle gli occhi, mentre lei, colpita dal liscio della sua pelle, pensò ai figli, alla loro giovinezza al termine e a quanto c’entravano poco ormai col suo universo ridotto al minimo e incastrato in memorie opache senza più un filo, distribuite a caso tra i lembi invadenti e scuri del futuro.

21 pensieri su “Guerina

    1. cara la mia Guerina quando passa – che sia pioggia, nebbia, grigio fondo o luce chiara e cielo aperto…
      Ma grazie a te che passi qui, Simone

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