Viviana

We made our love on wastelaaaand, questo le uscì dalla gola – l’aveva tenuto in testa tutto il giorno, il pezzo – al posto del solito CIAO SORELLA, mentre Catia s’allontanava dal manubrio scivolando all’indietro, sulla parte posteriore del sellino. Le aveva lasciato il suo Sì Piaggio, quella mattina, dopo essersi fatta accompagnare: per evitarle d’incartarsi nell’incerta rete del trasporto pubblico locale, dovendo andare ad incontrare un ragazzo a nove kilometri dal suo istituto magistrale e a ben quindici da casa – ma a solo sette da dove lavorava lei. Non capitava spesso che lo prestasse, voleva andare al lavoro in autonomia, non dipendere da alcuno ora che finalmente un motorino ce l’aveva. Però, stavolta l’aveva fatto volentieri.
-Non torniamo subito a casa, non c’è neanche nessuno, fece Catia. Dai, gira verso il lungomare.
Così, al terzo semaforo, si mise in mezzo alla carreggiata per poter svoltare a sinistra e prendere il sottopassaggio. Lo faceva quasi ogni sera, del resto e,  come ogni volta, si lasciò scorrere accanto una  lentissima fila di auto, studiandone lungamente gli abitacoli. A quell’ora la statale era un budello infuocato che pullulava di facce sudate, ognuna dentro alla propria camera delle torture, scura e minima, coi pensieri che dal tetto rimbalzavano sui crani, feroci, e senza mai che uno,  anche solo uno, se ne uscisse fuori dai finestrini tirati giù. Tutta quella gente, sia che guidasse, sia che occupasse un posto di passeggero, sembrava ogni istante  assorbita totalmente dall’ingrato compito di nascondere le proprie disgrazie, di tenerle a bada, chete e mute. Sì, perché si capiva benissimo che era strapiena di disgrazie, la gente, a quell’ora sulla statale.
Lei preferiva le insidie del lungomare, coll’asfalto per lunghi tratti rovinato dalle radici superficiali dei pini, il traffico di vespe e moto e bici e ciabatte, le manovre piccole e grandi delle utilitarie, i costumi da bagno e le pance tremule in rigoroso attraversamento prima e dopo le zebrate, disegnate, forse solo per bellezza, ogni venti metri appena, o anche meno, e per la stessa ragione rinfrescate ogni primavera. Sua sorella non sapeva dei suoi giri in motorino dopo il lavoro. Magari la immaginava rincasare sorridente ogni pomeriggio alle sei senza aver avuto il bisogno di respirare prima, di togliersi dai polmoni la polvere scura del jeans, che le velava di blu persino la pelle del viso. Invece, oramai da maggio, da quando aveva il motorino, se ne andava un poco a respirare, prima di prendere la strada di casa. Faceva tutto il lungomare nord, dava uno sguardo agli angoli dove poteva esserci qualcuno che conosceva e, se ne trovava, si fermava, si lasciava offrire una sigaretta, faceva due parole – ma se non c’era nessuno, andava bene lo stesso. S’inebriava di salsedine, s’impregnava i capelli di odori misti, da indovinare poi uno a uno prima della doccia. Scivolava  in giù verso il centro e infine in là, verso l’inizio del molo, invertendo allora il senso di marcia. Le restava da fare ancora una ventina di metri nel caos da dopolavoro leggero alquanto e ridente, tipico dei posti di mare quando si è a inizio stagione e gli arrivi da fuori sono ancora inincidenti.  Dopodiché, attraversata la statale, prendeva finalmente la via di casa, la più breve, tutta in salita, gustandosi la voce caparbia del motore che s’arrampicava su per il fianco ripido della collina. Era la parte irrinunciabile della sua routine, quella libera, cioè senza uno scopo serio e, tuttavia, la più sensata di tutte.

-Ho buttato via il mio vecchio stereo, sai – le disse senza riuscire a guardarla in viso per via del sole contro.
-Non funzionava più – chiese Catia.
-Non lo so, ma non credo, erano anni che stava in garage.
-Lo sai che adesso sono tornati i dischi, i vinili… Quelli li hai ancora, sì?
-Sì, quelli li abbiamo tenuti, mi ricordano troppe cose!
-Già. Ne avevi parecchi. Ti eri ingrippata con un paio di gruppi… E non dico quali, non riuscirei neanche a nominarli.
-Ahahahha, quanti soldi buttati… And through the barricades, nanananana… – non se la ricordava più, erano decenni che non l’ascoltava e, ripensandoci, era una canzone mica poco brutta. Non riusciva a vedere che facce faceva Catia, con quella luce alle spalle, anzi: sembrava essere lei la luce – Questo sole… Acceca!
-Sì, è il sole d’inverno, ed è bello proprio perché fa così: acceca – e pensò di dirle dei piccoli e carnosi fiori del corbezzolo, che però non c’entravano col discorso e né in generale con sua sorella, come tutte le cose che aveva conosciuto altrove, da sola o con altri, e che forse non avrebbe saputo neanche descriverle. Così decise di rimanere sul tema dischi – Ma ai ragni, alle blatte, agli scarafaggi e alle formiche che abitano nel vostro garage cosa interessa di quei dischi lì?
-Ah, niente! E infatti stanno ben chiusi in un paio di scatoloni, ermeticamente. I ragni e i loro cuginetti non li vedono proprio, i miei dischi. E comunque di quei vinili lì non interessa a nessuno: era tutta robaccia, non ti ricordi?! A te interesserebbero?
-Beh, a me non piacevano neanche allora.
-Falsa, sei fa-lsa. Ce n’è addirittura uno che solo in due, tre settimane me lo consumasti…
-Uno. Capirai.
-Ti ricordi quale?
-Certo. E tu?
-The Joshua Tree, vuoi scherzare…
-Ahahahah, esatto! Sempre bellissimo. Ce l’ho ancora, io, in cd.
-Boh, sì, carino, forse gli U2 sono gli unici che si salvano…
-Non lo so, forse non si salva nessuno, in generale dico. Comunque, credo che saremmo state, poi nella vita, meno… meno confuse, se non avessimo passato tutte quelle Domeniche ad ascoltare cose così lontane dalle nostre vite reali, no?
-Forse. E forse adesso saremmo meno stanche. E meno grasse anche, e con meno capelli bianchi.
-Sì, ahahahhahah. E magari anche con meno vasetti di creme inutili sulla mensola in bagno. Ma mi sa che non c’entrano granché quei dischi…
-Ahahaha, sì, siamo vecchie e non lo accettiamo, punto.
-Già. Forse perché non abbiamo mai avuto molto più che la giovinezza. Non abbiamo saputo attrezzarci per il dopo.
-E ora siamo solo due vecchie, ahahahah.
-Senti che suono bello, sembra di parlare con un sorso di Baileys in bocca: ve-cchie, ve-cccchie, sì, siamo vecchie.

La notte era stata caldissima. Non aveva chiuso occhio. Agosto era iniziato da poco – e le ferie da meno ancora. Era uscita di casa alla stessa ora di quando andava a lavorare, s’era diretta verso il termine del lungomare nord, fino alla zona dei campeggi. Quindi aveva lasciato il Sì dietro alla siepe bassa di pitosforo ed era corsa verso la riva. Lì, con i piedi divaricati rivolti a est, al mare, s’era messa a pancia in sotto a prendere il sole, pensando a poco. Si sentiva come se le ferie non potessero più finire, e come se a settembre ci fosse da tornare a scuola, senza esser stata un anno ferma, senza aver mai interrotto niente. Annusava già l’odore dei quaderni, della matita nuova, si figurava un diario e le stronzate con cui l’avrebbe riempito con la collaborazone di molti.
Sorridendo, si addormentò e restò lì per ore, ad arrostire. Fece lo stesso ogni giorno, fino all’inizio della seconda settimana di ferie – lo aveva pianificato: andare dove non la conosceva nessuno e farsi un po’ d’abbronzatura. Sarebbe stato come una settimana di vacanza fuori, alle Tremiti, o magari in Grecia. Quando ricominciò a frequentare il solito Lido, tutti andarono avanti giorni a chiederle come mai non si fosse fatta viva prima, perché la si vedesse in giro più quando lavorava che adesso che era in ferie, poi perché non avesse detto a nessuno che andava fuori. E con chi è che era andata? Comunque, tutti si complimentavano per l’abbronzatura – una gran soddisfazione.
Quando adesso ci pensava, ancora gliene veniva un semi-gradevole senso di assurdo, così pungente e allo stesso tempo così carezzevole. Chissà se Catia si ricordava di quella fase, se ci aveva mai capito qualcosa. Glielo chiese. Rispose che ricordava, sì, un suo strano periodo di asocialità, ma solo vagamente. Ricordava in particolare che a casa per un po’ era girata voce che Viviana stesse diventando come la sorella, un poco orso. Ricordava anche che non era durato tanto, per fortuna: fece un po’ di conti e risalì a quell’estate lì.

-Avevo il culo nero, livido, per le troppe ore seduta sullo sgabello in fabbrica. Ti ricordi che a un punto mi portai un cuscino da casa e poi non andava bene e ne dovetti portare un altro? Ecco, a quel punto oramai ero nera-nera. E non bastarono i cuscini ad evitarmi di sentire dolore, e al mio culo di peggiorare. La mamma pianse, quando glielo mostrai, ma non dicemmo niente a nessuno. Un po’ per non essere criticata, io. Ché già ti immaginavo, a te, che dicevi “te l’avevo detto, te l’avevo detto di non andare in fabbrica”. Per questo rinunciai al mare con i miei amici quell’estate, nel primo periodo: per non farmi vedere, per non far dire a nessuno che avevo fatto uno sbaglio. E poi, a pensarci ora, chissà cosa avrebbero pensato sotto sotto. Che ne potevano sapere di quel che significa andare in fabbrica a cucire jeans a quattordici anni, loro, che facevano le superiori… Tu, te lo saresti immaginata mai? Ci si poteva credere che era stato lo sgabello?

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