I topi e l’ambulanza

Scorgendomi dalla finestra del suo piano alto, mentre me ne stavo a pascolare mia sorella Cana tra fiori di sponda nei pressi d’un cedimento dell’argine, lei aprì i vetri e, salutando con molto calore (Ciao amore!), mi chiese se mi fossi accorta di quali buchi avessero fatto le pantegane lì, in quel punto esatto. Poiché la parola pantegane, così come il suo singolare, l’ho sempre detestata e ogni volta la devo mentalmente tradurre prima d’arrivare a recepire il messaggio che la contiene, feci: Cosa? Fingendo di non aver sentito, prendendo tempo.

Allora ripeté la domanda identica a prima, solo con la voce più forte.

Sì, ho visto che sta crollando tutto – risposi – ma… tu dici che sono stati i topi?

Topi? Topi, ratti, pantegane, nutrie, comunque quelli, sì – rispose, come se fossero tutti tra loro molto diversi e però molesti uguale. Proseguì col fatto che non solo distruggono gli argini, ma portano malattie, anche serie, ed è questo il punto. Avrei dovuto immaginarlo che voleva arrivar lì, a congetturare una relazione tra i roditori e l’attuale condizione del mondo.

Questa non l’avevo sentita ancora – dissi – ma non credo che con sta storia i topi c’entrino, no.

I topi – rifece lei – o le pantegane, o le nutrie, o i serpenti, questi animali qua, ecco.

Beh, allora, se stiamo tirando fuori il tremendo dal nostro povero immaginario, io aggiungerei le cavallette, i millepiedi, i ragni, robe così, questi esseri spaventevoli con le loro vite segrete, spesso non visti ma più potenti della complessiva tenacia delle nostre ambizioni repressive, come il coronavirus, insomma, ché, certo, saran tutti parenti. Le dissi qualcosa di simile, ma più in breve, e ridendo.

Non sto scherzando, sai – s’incupì, e mi chiese di restare un momento, ché sarebbe scesa in cortile per far due parole senza che dovessimo urlare in quel modo. Quando arrivò, dopo solo sei virgola cinque secondi, facendomi notare la sua capigliatura stinta, spalmò languide, nostalgiche occhiate alle case a destra, alle case a sinistra, nonché alla statale oltre il Brenta. Poi avviò le prove del sussurro, sospirando: Qui tutti rinchiusi, eh, tutti tappati in  casa, tutti in silenzio – mentre seguitava a guardarsi attorno inscenando col volto l’attonito e lo scandalo, come davvero sentisse oltraggiosa quest’astensione umana dai rumoreggiamenti e come se star dentro casa fosse, per lei, uguale a dir niente.

C’era grigio sferzato di gelo, ieri, per questo ero uscita sull’argine. Non risplendendo il sole, m’era sembrato di togliere niente, a nessuno, con un’uscita. In una giornata così insulsa nessuno dalle case si sarebbe curato del fuori; così non avrebbe potuto offendersi chi non ha l’ardire di varcare il cancello anche solo per sentirsi all’aperto, per esempio, o per raccogliere occhiate gialle spalanca-cuore dal tarassaco o, che so, farsi succhiare via il magone da un volo basso e precoce di vespa o magari, da quest’erba chiarissima già folta e quasi alta, imparare la ola per quando ci passerà dappresso qualcosa d’invisibile ma fantastico.

Hai ragione – le dissi – c’è un silenzio incredibile.

Eh, lo so, amore – rialzando un tantino la voce, ma gonfiandola di dolcezza –  lo so, io che ho vissuto la guerra e non ho visto tutto questo neanche allora. Va ben che ero bambina…

Quanti anni avevi?

Eh, una decina. Non ero tanto bambina, no – e subito virò sul presente: Per fortuna nella nostra strada non ci sono casi, non ancora per lo meno. O forse ci sono, chi lo sa.

E riferendosi alle sirene d’ambulanza che l’altra mattina ci strapazzarono un po’ percorrendo e ripercorrendo la via: Chissà, forse ci sono invece – sospirò, riabbassando la voce come si fa quando si spettegola, per esempio, sul vicino.

Sì, le ho sentite, le sirene – dissi freddamente, restando a bordo canale,  impacciata tra le mie incontenibili generalizzazioni sull’umano, mentali, e il trattenere i capelli che il vento leggero incastrava all’oscillare di un prugno – lui, dacché lo conosco, sembra passare il suo esistere unicamente a voler raggiungere l’acqua e s’inchina, s’inchina ogni giorno di più, allungando all’inverosimile i suoi rami più bassi. Non aggiunsi altro. Feci per andarmene.

Chissà quanto ci direbbero su, se adesso passassero e ci vedessero parlare – sorrise lei, che non s’era mai avvicinata al recinto, rimanendo al centro dei quattro metri quadrati del giardino antistante la casa.

Perché mai dovrebbero dirci su – feci – siamo così distanti.

Ah, non lo so – rispose, incupendosi molto – non ci capisco più niente, non lo so mica cosa dobbiamo fare, cosa dobbiamo pensare e, se lo vuoi sapere, io non so neanche più cosa mangiare.

4 pensieri su “I topi e l’ambulanza

  1. vero. Ma vedi, per lei, ché un po’ la conosco, il cibo è l’incontro col mondo per eccellenza (un modo tra i pochi che le sono ormai possibili, in un’età di limiti sempre più tremendi in cui, pur essendo lei personificazione dello slancio vitale, si può muovere poco, vive da sola, eccetera). Dico “cibo” intendendolo come umile esito di una disponibilità economica dovuta alla pensione minima, della difficoltà d’accesso a negozi super forniti e di un dialogo con la terra per lei fondamentale un tempo ma che si va facendo davvero poco intenso, a causa di un corpo sempre meno in grado di adattarsi ai suoi dettami. Il cibo è un modo di amare, per lei, e anche per questo è sempre associato alla misura, alla parsimonia, alla cura e, almeno per certi versi, alla scelta. E tutto ciò le sta andando in crisi, in quest’emergenza. Un aspetto, per esempio, che sfiora anche me è il fatto che non ci scambiamo più le nostre specialità gastronomiche – il suo brodo di rosoline mi procura quasi uno stato d’estasi 😉

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