Carla

Le mani sembrano essersene andate via per sempre, giù nel secchio con lo scarto della cicoria. Stamattina era ancora presto quando aveva sentito il doppio FREN del suo citofono sgolato, e un po’ s’era stupita. Era appena tornata in casa dal giardino, dopo aver dato acqua piano piano ai tulipani nel vaso, temporeggiando un poco per lasciare che il sole le costruisse addosso quel guscio sottile di tepore, dolcissimo, che ora la stava inducendo a prefigurarsi la bella stagione e mesi decisamente più facili dell’ultimo. Anche l’odore del caffè, che non aveva ancora messo sul fuoco, si prefigurava.

– Vieni a fartela, se vuoi verdura, c’è ancora il campo mezzo pieno e sta andando in semenza.
Era Romano. S’era fermato, passando, e le aveva parlato al volo, con lei sull’uscio, perché s’era mosso senza mascherina e doveva tornare a casa a prenderla e gli si stava facendo tardi per una commissione che gli era stata delegata. Carla aveva ringraziato: Vediamo se riesco, grazie, proverò a venire – mentre lui già risaliva sull’auto che non aveva certo parcheggiato, di cui non aveva chiuso la portiera e né spento il motore, un po’ come fa il postino. E’ una vita che non viene il postino – aveva pensato Carla: Ecco, un’altra gioia persa, e l’elenco s’allunga, dio mio quanto s’allunga.

Quando poi, poco più tardi, s’era recata da Romano, avevano un poco discorso: dei tempi che corrono, ovviamente, di certi effetti del virus.
Gli altri anni, lo sai, a quest’ora l’avevo già venduto tutto sto campo di radicchietto qua. Adesso, invece, manca poco che va in semenza – le aveva detto a labbra strette, allargando le braccia verso il campo, esteso quasi quanto uno stadio, in una posa da rockstar compiaciuta. Era quindi rimasto un po’ così – gli occhi socchiusi, una visione, forse – dopodiché sospirando s’era inoltrato: Vieni. E s’era messo a raccogliere, con gesti rapidissimi, alla cieca, invitandola a raccogliere, anche lei, dopo averle passato uno dei secchi azzurri con dentro un arnese.
Ci s’era messa, sì, ma per quanto fosse pratica di certi lavori era rimasta tutto il tempo come impacciata, coi gesti legati dal dubbio e la testa che friggeva nel senso di colpa.  Stava dove non avrebbe dovuto, questo era il punto. S’era recata in un campo a circa ottocento metri di distanza
da casa sua, trasgredendo le regole, e solo per il fatto che Romano meritava d’essere in qualche modo gratificato.

In realtà, ai Carabinieri poi aveva detto altro. L’avevano fermata – e chi l’avrebbe immaginato mai che potesse davvero succedere.  Erano stati gentili, sì, ma lo stesso le era salito un tale fastidio. Pochissime altre volte aveva provato qualcosa di simile, lei, persona semplice, contadina prima, finché era stata forte, e donna di casa poi, ma di casa per davvero, dato che esce quasi mai, poiché sì, certi periodi sta benino, ma certi altri, ben più lunghi, l’accascia terribilmente, la malattia. Ai carabinieri insomma aveva detto che, se s’era mossa, era stato perché è un obbligo al di sopra di tutti gli altri obblighi evitare che un santo frutto della terra vada a male. Aveva dunque spiegato la faccenda del campo e della verdura di Romano, rimasta invenduta. Come si poteva vedere, se ne stava infatti tornando a casa col cesto della bici stracolmo e una borsa appesa al braccio sinistro, stracolma anch’essa – ovviamente di cicorino, o radicchietto, che ora avrebbe curato, lessato e in buona parte affidato al congelatore.

Il ragazzo non aveva l’aria di aver afferrato fino in fondo il senso del racconto. Aveva obiettato che non si può andare in giro per campi, che non c’è ragione valida per trasgredire e che bisogna metterselo bene in testa, tutti, anche se per questa volta per lei non sarebbe scattata la sanzione. Non s’era sentita mica sollevata. Avrebbe preferito di gran lunga una multa. Quanti soldi erano, cinquanta euro? Ebbene, li aveva. Poteva pagarne cento, persino. Li avrebbe sborsati anche subito pur di tornare indietro di quel tanto e non sentirsi più fare la predica. Certo, il carabiniere non era stato sgarbato. Però, erano vent’anni almeno, da quando era rimasta vedova, che lei non si sentiva bersaglio di un rimprovero e che le ricapitasse adesso, a quasi settantacinque anni, la disturbava non poco. Anzi, per essere più precisi, le scioglieva qualcosa dentro, fin tra le ossa. Era quasi come se all’improvviso si fosse mosso quell’ingranaggio, arrugginito e bloccato apparentemente in modo irreparabile, che serve a tenere una persona in diretto rapporto col mondo – ma il mondo quello esteso, non semplicemente l’immediato intorno: il mondo, cioè,  con tutti i meccanismi che lo fanno funzionare, ecco.

Oh, se l’ha turbata questa faccenda. E’ stato riscoprirsi viva dopo un secolo e proprio quando era meno pronta. Se ne rende davvero conto adesso che non si sente più le mani per colpa del suo vecchio corpo che s’è messo a pontificare mezzo apocalittico, mezzo rovescio – e questo accade spesso ultimamente – come un pazzo che si rivolge alla gran massa dei presenti rapiti e acclamanti, mentre davanti a sé ne ha in realtà uno soltanto.

7 pensieri su “Carla

    1. Niente di che, un reticolo di viottoli, i soliti tetti e balconi: mi piacciono, beninteso. Ma quando mi trovavo a Ferrara avevo davanti un campo di furmantone. Meraviglioso. Veniva davvero voglia di cantare, o anche solo di fare un urlo.

    2. I tetti sono tremendamente affascinanti, intrecciati a vite spesso nascoste e misteri… Però forse invitano a manifestazioni più discrete della nostra fisicità; magari una danza. Sì, meglio un campo per cantare. Potrebbe essere una cosa da mettere in programma per il post lockdown, dai.
      Sorrisi

  1. Il problema di fondo è che quando viene meno il buon senso non restano che le regole? L’obiettivo dovrebbe essere il distanziamento, ma siccome le persone non ce la fanno, si obbligano tutti, in modo ottuso e un po’ senza senso, a stare a casa. Così va il mondo!

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