Nebbia (e poesia) d’aprile

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Sono trascorsi alcuni giorni dall’unico mattino di nebbia di questa primavera. Era densa e t’avvolgeva di poesia, come nel suo tempo migliore. Dopo esserci rimasta dentro per un po’ cercando di cambiare misura ai respiri, Eliana rientrò, per mettersi qualcosa di adatto a una passeggiata più di quanto non lo fosse il pigiama liso che indossava notte e giorno da quasi una settimana. Poi, s’infilò le vecchie scarpe nere da ginnastica, quelle comode, in considerazione del suo piede dolorante e: Vabè, faccio solo due passi – valutò. C’entrava poco, ma fece anche un pensiero: piano piano, ma forse  neanche tanto piano, avrebbe dovuto liquidare, via dalla sua esistenza, tutti coloro che le si erano rivelati come brutte persone o che, mettiamola così, generano un certo stridore quando capitano nella sua orbita. Più che in qualche caso l’affetto ha avuto tutto il tempo per mettersi di mezzo, non sarà certamente facile. L’attrazione pure ha avuto il suo bel peso, ma questa è meno arduo metterla fuori gioco. Le si è infatti chiarito da un pezzo che il più delle volte non si tratta d’altro che dell’antica fascinazione un po’ morbosa per il  negativo, inteso come qualcosa che andrebbe corretto, sistemato, cambiato di segno, cioè salvato. Ecco, è a cose così che bisogna mettere un freno, pensava, se ci si vuole davvero liberare di certe presenze. Ma oggi c’è il sole, tutto è verde intenso e rassicura sulla potenza del mondo: certi pensieri lasciano il tempo che trovano. Quando sopraggiungono in un giorno simile, non hai certo modo di capire se s’inscrivono davvero in qualche possibilità concreta o soltanto nell’utopia. Quel mattino, però, era talmente formidabile la maniera in cui la nebbia rendeva tenue il mondo e porosamente lo offriva e ri-offriva a ogni passo. Perciò ogni slancio era come nascesse già effettivo.

Così, uscì pensando a come gestirsi i duecento metri consentiti dalle norme anti pandemia. Si trattava di 200 metri interpretabili come raggio, ovviamente, il che non è poco se il tuo punto di partenza è più o meno il centro di una raggiera e cioè, ancora semplificando, se stai proprio – o quasi – dove un fascio di strade e stradine s’incrociano per poi progressivamente distanziarsi. Insomma, duecento metri sono un mondo, in fin dei conti, e per di più un mondo che lei non frequentava da un mese e mezzo, perciò tutto da riscoprire. Doveva solo decidere se andare prima verso destra o prima verso sinistra o dritto e, nel caso avesse optato per la destra, se imboccare poi subito la via Saffo oppure seguitare avanti. Se andava prima un poco dritto e poi, quasi subito, prendeva via Catullo, avrebbe beneficiato quantomeno di un paio degli spettacoli che più le erano mancati. Primo fra tutti, la fioritura di un glicine cresciuto ad albero per un numero significativo d’anni e poi, a un punto, lasciato libero d’arrampicarsi. Ora sarà almeno un decennio che si spande sul muro. E’ vecchissimo. Il tronco enorme che s’avvita faticosamente su se stesso, i grossi rami contorti protesi con ardire verso l’appiglio, quel desiderare febbrile il muro d’una casa: ci ha sempre trovato un che di doloroso, e di mistico, persino. La casa è grande, due piani più seminterrato, un  po’ malmessa, almeno all’esterno, cupa e muschiosa, attanagliata dallo scuro di due abeti giganteschi e con sempre troppe facce diverse di vecchi alle finestre, a fissare il vuoto un po’ instupiditi e un po’ ammuffiti, senza mai parlare, quasi fossero imprigionati dal glicine, tra quelle ramificazioni come vestiti attillati e, in questo periodo, il rado fogliame chiaro e tutti i grappoli, quasi liquidi, con quella loro luce e l’odore, forte fino allo stordimento. Certo, il glicine è senza dubbio ciò che più di tutto le manca in questa primavera sbocciata nella reclusione – imposta a tutti, sì, ma soprattutto ai meno audaci e a quelli come lei. 

Di fondo, Eliana non sopporta le limitazioni non naturali, le imposizioni. Non sopporta, neanche, il trovarsi a doverle trasgredire. E tanto meno sopporta che le si dia qualcosa come concessione. Perciò, a situazioni di questo genere oppone sempre immediatamente il più rigido distacco: Non me ne può fregare di meno, io non esco, non ne ho bisogno. Niente da negoziare. Quel mattino, però, c’era la nebbia e lei si sentiva forte e decisa, a parte il dolore al piede e un po’ anche alla gamba, che poi si diramava leggermente su verso la parte terminale della colonna vertebrale – o forse il percorso vero era all’inverso. Ad ogni modo, avrebbe camminato un po’, sì, e nel frattempo avrebbe disegnato mentalmente la mappa della gente fastidiosa, quelli da tagliar fuori dalla sua vita, chi prima e chi dopo, ma di sicuro tutti per la fine del lockdown. Insomma, il mattino prometteva bene. Solo, fece l’errore di portarsi dietro il cellulare, uscendo.

Prima che squillasse, ebbe giusto il tempo di  percorrere il tratto fitto di case e di orti all’inizio di via Saffo – non quella del glicine, per intenderci, poiché s’era immaginata che la nebbia ne avrebbe dipinto una versione che lei al momento non aveva in memoria, per la quale cioè non era pronta. Aveva dunque appena superato il grumo abitato, con i vasti giardini alquanto curati, gli alberi anziani e i cani trascurati, quando squillò una precisa suoneria, sgradevole quel tanto – una specie di trillo analogico, vecchio stile – e a lungo insistente. Non rispose. Era la suoneria associata a suo padre. Non potendo andare in negozio, rimasto chiuso come molti altri esercizi di beni non essenziali, suo padre trovava sempre una scusa buona per chiamare e tenerla intere mezzore al telefono, anche se poi, stringi stringi, ogni volta non è che dava idea di avere granché da dirle. Dunque non rispose, e questo in genere significa restare col dubbio che ci sia una remota possibilità lui abbia realmente bisogno di comunicarle qualcosa. Significa, cioè, cominciare a farsi mordere le ginocchia e i gomiti dal senso di colpa, un fastidio che velocemente s’espande verso ogni punto del corpo, ogni organo, crescendo d’intensità finché lei non crolla, ritelefonando.

Di solito, tutto questo dura attorno al quarto d’ora. Stavolta, però, c’era la nebbia e lei era risoluta, decisa a svagarsi, gustarsi una certa libertà, aprendosi solo all’essenziale, lasciandosi del tutto andare alla poesia. Ripensò a quella volta che suo padre la chiamò mentre lei, su un marciapiede lurido di Roserio, stava precipitando nel panico. Le si era rotta la scarpa destra – calzava dei quasi sandali, senza calzini. La parte anteriore della tomaia s’era per metà staccata dal resto, così cercava disperatamente d’imparare a camminarci lo stesso, ché aveva ancora un chilometro e mezzo per arrivare sul posto dell’appuntamento. Quando sentì il trillo di suo padre rispose subito, indotta dal disperato bisogno di una qualsiasi forma di supporto per arrivare a una qualche soluzione. C’era un sole amaro, era luglio inoltrato, l’orologio faceva le due e lei nemmeno aveva pranzato – l’appuntamento era alle due e mezza. Il marciapiede d’asfalto era rovente. Tutto era rovente, attorno – fu la prima cosa che gli disse. Gli raccontò subito cosa le era capitato e che aveva paura sia di far tardi all’appuntamento, sia di non saper gestire l’imbarazzo per come si sarebbe presentata, con quella scarpa lì. La voce baritonale dall’altra parte abbozzò una risata, dopodiché prese a riferirle di un’idea stratosferica, appena nata ma imbastita già come progetto, relativa a come far fruttare una parte del terreno agricolo di famiglia, con un investimento che  solo un genio come lui avrebbe potuto mai concepire, disse. Eliana ricorda benissimo quel giorno. Saranno passati almeno cinque anni, forse sei, ma ancora ha in mente quei momenti, vividi come fossero di ieri. Soprattutto, le è rimasta impressa la brutta sensazione dell’essere travolta dalle proprie stesse considerazioni, per la prima volta tutte assieme, sulla bruttezza di suo padre: autocentrato sempre, bisognoso di sentirsi amato e di far colpo, con quella voce terribile e i capelli fini e dritti tendenti all’untuoso, le orecchie eccessive e le mani nodose, un po’ losche nella penombra del bancone del negozio di caccia&pesca, intente alla vendita o, più spesso, a sfogliare il giornale o magazine specializzati sui temi più disparati. Poi, diosanto, quanto sfacciatamente usa le donne! Davanti a tutto, comunque, l’elemento più stomachevole è quell’attaccamento maniacale ai soldi, alla roba, cioè, in definitiva, il suo essere irrimediabilmente plasmato dall’etica tremenda del far-fruttare sempre. Ecco, “far-fruttare”: uno dei suoi concetti chiave, che spesso si sovrappone ad “arrivare”, per dire il raggiungere l’obiettivo, ma nel senso di obiettivo ultimo, cioè sempre dannatamente un universale – e allora diventa ancora più insopportabile.

Secondo lei, l’abnorme peso che quest’aspetto ha sempre avuto nella  vita del padre non dipende semplicemente dal fatto che ha sempre fatto il commerciante. C’è qualcosa di spaventoso nel suo profondo, e dev’esserci proprio nato. L’ha visto chiaramente tutte le volte che le ha rinfacciato di non aver saputo ancora mettere insieme un po’ di soldi veri, suoi, e di lavorare soltanto per ottenere quel tanto che basta per sopravvivere e che, se basta, è solo grazie al fatto di avere uno spirito colpevolmente umile, di essere una persona senza ambizioni. Aveva cominciato a conoscere veramente suo padre quella volta, durante un’estate, che si finse seriamente malato allo scopo di indurla a lavorare in negozio – lei aveva concluso il suo terzo anno di liceo – e dunque a familiarizzare col mondo del commercio, angosciato  com’era dal timore che la sua unica figlia non vi fosse portata. Scoprire lo stratagemma che l’uomo aveva messo in atto, per lei equivalse a perdere di colpo quell’incanto che fino ad allora l’aveva protetta, impedendole anche di farsi domande sul perché lui praticamente vivesse in centro, nell’appartamento soprastante il negozio ereditato dai suoiinvece che stare in campagna con moglie e figlia. Comunque, poi le si era svelata ogni cosa rapidamente, l’uomo fu presto smascherato. Ora le bastava veramente poco per fare l’elenco delle sue bassezze, cioè non doveva starci a pensare: aveva tutto bene in mente, in ogni momento. E di tanto in tanto le piaceva, elencarsele. Iniziava a farlo con speciale dedizione ogni volta che doveva difendersi dalla sua invadenza, dalla sua incontenibile tendenza a ferire. Solo che poi l’elenco non lo formalizzava tutto quanto, mai. Molte, moltissime voci restavano fuori. E anche stavolta, con quella nebbia improvvisa da gustarsi, armarsi contro di lui l’aveva sùbito stancata. Smise dopo poco. Beninteso, mica l’avrebbe richiamato. Anzi, fu in quel frangente che mise suo padre come primo tra quelli da lasciar fuori dal suo universo di relazioni nella fase di rinascita, appena finita l’emergenza.

Così era stato lui a richiamare. Eliana non aveva esitato a rispondere, ma semplicemente perché aveva agito meccanicamente, mentre pensava ad altro, senza aver avuto modo di considerare, stavolta, che quella suoneria corrispondeva al padre. Quando poi era stata raggiunta dalla sua voce, aveva cercato di liquidarlo subito con la storia di una telefonata importante della quale era in attesa. Allora lui era stato straordinariamente succinto e preciso: Appena puoi uscire, vieni da me, devi assolutamente tagliarmi i capelli con la macchinetta, ché non sono riuscito in alcun modo a convincere il barbiere a passare. Eliana pensò di non avere mai allontanato suo padre, e non solo lui,  a causa semplicemente di una più generale incapacità, tutta sua: quella a prendere le situazioni di petto. S’è infatti sempre tenuta tutti attorno, ma proprio tutti quanti, lasciando ogni volta che il rapporto perdesse valore a poco a poco, che quasi si spegnesse – anche se non era mai detto che avvenisse irreversibilmente. Questo contribuiva all’aumentare di quel vuoto risucchiante che sembrava caratterizzare la sua esistenza e metteva in discussione quasi tutto quel che ci stava dentro, instillando dubbi in sostanza su se stessa, così, astrattamente, come se alla fine gli altri fossero ininfluenti. Gli disse: Va bene, ci proverò. Intanto, s’inoltrava tra i campi placidi come ci fosse un tempo interminabile tra l’adesso e il momento in cui sarebbe andata da lui. Che fortuna questa nebbia – pensava. Com’è carica, come sfuma ogni cosa: le parole dette e quelle indicibili, persino questo dolore al piede. Poi, come ammansisce la rigidità delle case, tutte così standard, ma anche le geometrie dei campi, come le svincola.  Come nobilita il lungofosso, coi suoi cento tipi di spighe matte – verdi, chiare, o scure fino al violaceo. Come contiene il gonfiore dei papaveri in boccio, come segreta le cove, e certe vite. E guarda i soffioni: sono prodigio oggi, sono d’acqua.

 

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