Uno scarabeo, noi, e l’alloro.

 

Nerissimo, lo scarabeide avanza tangenzialmente al mio occhio sinistro, verso un nascondiglio forse, tondeggiando lento, pieno com’è di foglie di basilico e mentuccia. Ci ho parlato.

Ti cedo la menta, gli ho detto, tu mi lasci il basilico?
Confondesti l’odore di cannella con l’odore di pesto genovese, quella volta, ricordi… Prima di allora, mica avevo mai davvero pensato a come la lingua degli odori fosse la più sensata di tutte, per me, che invece non riconosco il suono più elementare.
Le parole, dalle case, fanno dentro e fuori sovente, ‘sti giorni. Aprono le porte-finestre, crepano i muri, spostano tegole. Temporaneamente
abbandonano il piccolo, facile gruppo da cui originano, per  fingere più somiglianza con l’esterno. Vengono a spiare, poi – quando ti fiorisce il giuggiolo; hai messo gerani anche tu quest’anno; attenzione, vuole terra acida la camelia, altrimenti muore. Sì, ne so qualcosa ormai pure io, vedrai che non mi muore.
Il sole stamani è ciò che resta di quel respiro condiviso nella notte, così corto che non fa condividere alcunché
in realtà ed è un po’ come di drago, ma d’un fuoco sempre placabile, che non si spande, mai.
Comunque, per tornare al terricolo, io e lui non ci siamo capiti, credo. E noi lo stesso. Restiamo divaricati dalle sedimentazioni tra habitat personali e ingenuità da autoreferenza – delle pance, dei vocabolari. Ed è forse la prima cosa giusta, adesso che finalmente siamo simmetrici, in quanto a 
reciproco disinteresse almeno, e dall’ostinato uno-a-molti a me viene un po’ di tenerezza e basta. Quasi quanta me ne viene da questo scarabeo, che se ci parli sembra fortuna ma poi, con la voracità che ha, finisce sempre con lo svilire tutto e sé per primo. Del resto, che importa. Qui, tra profumi e fumi, si riesce a stare come in una tregua riproducibile a piacere, sotto l’alloro, rimedio contro ogni peste – sebbene s’ingannasse, Apollo, e di parecchio.

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