Poi ci siamo noi

Si ritrovò ancora a dirgli cose rovistandosi il ventre col coltello, fino a un osso. Però lo fece da sotto il cappotto, ché c’era gelo: non aveva alcun senso stavolta l’esporsi. Che sia l’atroce interiore a inchiodarci sul posto, lei lo pensò soltanto. Lui non chiedeva come stai, quasi mai. E se l’altro non conta oltre la misura in cui t’incrocia, allora nessun muro conta. Se non conta il tempo, nemmeno conta se una vita ristagna, né se va persa la faccia che ognuno ci ha messo. Non contano gli sforzi ermeneutici e non conta l’ambiguità delle rose, né il darsi, né il primo papavero ad aprile. Le aprirono la chiesa, mentre l’addobbavano per le nozze. E’ raro poterla visitare – le disse uno – e lei è fortunata, dovrebbe approfittarne. Era apparsa improvvisa e minuscola oltre la terza curva dopo la repentina impennata della strada: gli spioventi del tetto le erano sembrati ali un poco pesanti, appena appena aperte. La sagoma del monte aveva smesso di incombere, la valle era divenuta lontana e lo smog denso delle auto sotto sforzo s’era ormai rarefatto. La soglia già aboliva la pispilloria che faceva fremere gli inattesi tre cipressi, la penombra assicurava un segreto sacro furore piegato in preghiere. Ne uscì quando gli altri ebbero terminato il lavoro e chiusero. La discesa può essere difficile ben più della salita, se non muta il gioco delle ombre e della libera luce attorno.  Ma era un altro giorno, un’altra stagione, un altro anno. In quest’inverno nero, la pena di tutti e di ognuno non riesce a nascondersi dietro alcunché, idilliaco o gretto che sia. Così, c’è che le opzioni restanti son poche davvero. Ci sono loro, che si confrontano come due vicini di posto su un treno fermo da parecchio fuori stazione, con ogni cosa non celebrata che adesso gli si fa addosso, adunandosi tra tutti gli eleganti accapo, da una parte  e, dall’altra, questo rigo smisurato e nenioso. Poi ci siamo noi, vecchi abbastanza per dircele, le cose. 

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