Poteva ricominciare a pensare a casa

L’odore tremendo d’ospedale se ne era andato ed era successo da un momento all’altro. La sera che nevicò, la sua quinta sera lì, c’era ancora, insidioso anche più dei giorni addietro. Per interrompere la tregua faticosamente negoziata tra il suo corpo e ciò che aveva intorno, per tornare al fastidio, bastava inspirare un po’ più a fondo. O girare una sottilissima pagina del volume dei Meridiani che s’era riuscita a portare dietro, Calvino. O bere un sorso d’acqua. O buttare giù un boccone di quella roba inguardabile che le avevano dato per cena.

Il mattino dopo, lo stupore. Nei sedici passi dal letto al bagno, respirando con intenzione per assecondare un bisogno di rassicurazione che si stava facendo parecchio pesante, capì che il mondo poco accogliente che la rinchiudeva le era diventato neutro. Almeno riguardo all’olfatto. Non stette lì a cercare di spiegarsi il fenomeno. Se ne rese conto e se ne sorprese molto, ma aveva ben altro a cui pensare – raggiungere il bagno il più in fretta possibile ora, per esempio. E, comunque, erano tante le cose che andava perdendo, in quei giorni. Soprattutto, aveva perso la capacità di sentirsi in armonia con qualcosa o, meglio, aveva perso tutto ciò con cui poteva sentirsi in armonia: il quartiere, la casa, il letto, la parete di fronte al letto colpita dalla luce della strada che filtra dalla tapparella e diventa un vecchio spirito amico, in certe notti d’insonnia.
Il sentirsi a casa era sempre stato alla base del suo equilibrio emotivo, precario quanto vuoi ma fondamentale, specie per lei, così instabile in tutto, e che si trovava lì proprio per una caduta. Era avvenuto sull’autobus quasi vuoto. Forse era inciampata, forse un capogiro di cui però non ricordava alcunché. O forse era passato il diavolo e aveva detto amen. Aveva provato a mettere un braccio tra il volto e il lurido pvc antiscivolo, così se l’era rotto, e in più punti. Era stata operata ed erano scattati i controlli. Per questo adesso era lì, per i controlli. Più precisamente, per i risultati sballati delle analisi del sangue, ma lei non è che ci avesse capito molto. Cioè, nessuno le spiegava granché, o forse sì ma, ogni volta che si trovava con un sanitario che le parlava, subentravano trecentomila cose a distrarla. A volte, erano certi dettagli della figura stessa che aveva di fronte. Altre volte, i colombi sul davanzale. Altre volte ancora, il disgusto per il prossimo immaginabile pasto. O una fantasia di gnocchi alla bolognese. Talora, era un nuovo problema pratico, come l’app di Raiplay sul cellulare – non sapeva a chi chiedere aiuto per reinstallarla. Sì, quando aveva a che fare con le persone, lì, spesso la distraeva l’idea di qualcosa di cui aveva bisogno. O di una mancanza. Quella di suo figlio, per esempio, che non la chiamava, mai. Ma la distraeva anche quel senso di acqua sporca, in cui non riusciva a immergersi e, ancora di più, il pensiero che invece tutti dessero per scontato che lei lo avesse fatto, cioè fosse già divenuta parte mansueta del sistema di cura. Come se fosse ovvio, facile, automatico.
E poi. Poi c’era lei a distrarla: Rosina. Fuori da lì, l’avrebbe definita una vecchia svitata e pure impicciona. Lì, la considerava una povera malata, come sé, come tanti. Chi ti ha telefonato adesso, accipicchia anche lei, e che voleva dirti, ma non ti ha già chiamata stamattina, ah, non era lei, ma cosa vi dite così a lungo al telefono, a me invece nessuno, nessuno mi chiama, nessuno. Rosina, che un cellulare non ce l’aveva, sfiorava i novanta e sembrava lucida davvero raramente. Per niente incline a prendere sul serio la spiegazione pandemica per la situazione di totale separazione dai suoi cari, si sentiva vittima di un raggiro familiare. A chiunque ci provasse, con la storia del Covid, mica mi fai fessa, diceva, mica sono nata ieri. I suoi quattro figli, e non sono pochi quattro, con tanto di figli a loro volta, a suo dire tutti sistemati bene, beh, tutti loro l’avevano abbandonata, ne era convinta. E non dall’oggi al domani. Avevano agito, in totale accordo tra loro, progettando con cura, a lungo, l’abbandono. Il piano era stato sbatterla lì dentro per tenercela fino alla morte, ma non prima che fossero compiute le pratiche di donazione.
Rosina passava la mattina distesa sul fianco sottile, il sinistro, a guardare fuori attraverso i vetri incorniciati d’alluminio, nominando ora un figlio, ora una figlia e scegliendo per ognuno insulti e toni diversi. E la vista non è che fosse sul parcheggio, il che magari poteva aiutarla a immaginarli arrivare. La vista era sul catrame dei tetti piatti degli orrendi padiglioni del labirinto ospedaliero, era sui pini in incontrollato sviluppo verticale, su lontanissimi campi puntellati di ulivi, così male incastrati nella scena, fuori tema, sì, poi sulla montagna chiara di neve, davvero fuori tema anch’essa. Al pomeriggio invece, dopo la dormita post pranzo, tentava piccoli, lenti passi tra i letti. S’aggirava  nella stanza, sempre meno lucida e più incazzata, loquace anche, recriminando un diritto all’amore che aveva pagato troppo in anticipo, elencando tutto quanto aveva dato ai figli, le proprietà che aveva ceduto loro e il niente su niente tenuto per sé. Maledetti, ripeteva di tanto in tanto, appena muoio torno, la notte, e vi cavo gli occhi, a tutti. Fa molto freddo fuori secondo te, le domandava Marina quando non ne poteva più. Aveva imparato che domande così la riportavano alla finestra, a guardare lontano, la mettevano in silenzio, seduta sulla sedia fino a ora di cena. Così, lei poteva ricominciare a pensare a casa, al profumo del giacinto bianco piantato un paio di settimane prima, come ogni anno, e che forse stava già spuntando.

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