I_miei_vicini.7(Antonio)

Lo spettacolo delle cose ha un esordio a ogni nuova luce, cioè ogni volta che Antonio apre gli occhi. Perciò, i suoi giorni sono sempre pieni di miracoli – e i miracoli cosa sono se non quelle repentine e talvolta dolorose aperture e riaperture del petto anche se niente era facile, niente era benevolo, niente era interessante, niente era giusto. Improbabile riuscire a orientarsi, così. E provare a farlo, fino a notte fonda iniziando ogni giorno dopo il caffè doppio che arriva più o meno all’alba, è il suo lavoro. Non che raggiunga chissà che esiti, eh. Quest’estate, poi, la mattina specialmente – i piedi nudi sotto gli oleandri e lunghi aghi di pino tra le dita, con quel po’ di fresco esalato dal recinto di cemento – gli capita spesso di rimanere perso per ore tra indecifrabili segni sparsi ovunque – anche nelle immondizie trova segni, certamente. Insomma, che riesca a orientarsi non lo si può certo dire; ci prova, ecco. Sarà perché l’occhio tramuta tutti gli assemblaggi in specchio già mentre li crea. Sarà perché oggigiorno l’imperativo empatico è tanto inesorabile quanto di moda. Oppure sarà perché lui, di suo, ha sempre tanto sentito, e tutto gli passa dentro. Sarà per questo – o qualcos’altro ancora – che il bianco e il nero entrambi lo commuovono e anche ogni tono di grigio, purché non gli coincida del tutto. Purché, cioè, sia garantito quello slabbramento dell’esistente, anche breve, dove io non sono più io e alter non è più alter. Ecco, è sempre stata in questo la sua ambizione di esserci e, ancor più, di non esserci: realizzare la sovrapposizione imperfetta. Quindi salvarla, l’imperfezione, buttando via le parti che combaciano.

I_miei_vicini.6(Mauro)

I soldi della pensione non sono molti, ma è per l’invalidità, perché non è che gli abbiano mai versato contributi coloro per cui ha fatto qualcosa – e qualcosa, senza dubbio, l’ha fatta. Se non ha fatto moltissimo, è colpa della gamba destra, che l’ha segnato, eccome se l’ha segnato, fin da bambino – a scuola lo chiamavano lo zoppo e dio solo sa quanto ci stava male. Non sono tanti, i soldi della pensione, e infatti ora ha qualche altro piccolo bonus. Comunque, non è che a lui interessino, i soldi. Di certo non è solo al mondo. Cioè, un tetto ce l’ha sempre, e che tetto: nel centro vero del paese. Il mangiare tutti i giorni mica glielo negano, gli altri. E meno male che ci sono loro. Se invece il mondo avesse mantenuto le promesse – se lavori onesto, di sicuro te la cavi, mentre se provi ad arrangiarti con questo e con quell’altro, prima o poi muori di fame – beh, tutti sarebbero già belli che crepati, da un pezzo, tranne lui, forse, bestia rara: apprendista a dodici anni, magari adesso sarebbe un riccone. La verità è che ci possono essere tremende casualità, momenti sfortunati, fatalità che ti distruggono come niente, se hai preso una strada precisa, che è giusta, va bene, ma che esclude tutte le altre a priori e diventa l’unica disponibile: perciò, non hai margine di adattamento a nuove circostanze. Dice di essere stato cocciuto, controcorrente e ingenuo, da ragazzino, Mauro. Aveva snobbato l’arte dell’arrangiarsi, s’era preso la licenza elementare ed era entrato in bottega. Il capo era un tipo difficile, un vero burbero, mica gli andava bene niente, per quanto gli avesse voluto bene da subito. Pagare, da un certo punto in poi lo pagava, sì, ma poco – i primi tempi, zero, diceva anzi che gli faceva già un piacere a tenerselo in bottega, ed era vero. Ad ogni modo, quando dopo qualche anno è morto, ecco, lì è finito tutto anche per Mauro. Insomma, è andata come è andata, ha fatto qualche sbaglio, ma la sua gente non l’ha mai rinnegato e lui deve dire grazie, perché è solo per loro che ora sente di avere bisogno di niente e quando arriva la pensione può chiamare le due figlie e i nipotini per andarsela a mangiare. Vanno al ristorante, scegliendo tra uno di quelli rinomati, in paese. Vanno in mezzo a tutti; prendono quello che vogliono. Lui si dà una ripulita, per non essere di disturbo agli altri clienti, cioè, per non rischiare di essere cacciato via, ché non si sa mai come la pensano quelli che ti ritrovi davanti. Anzi, a dirla tutta, si mette proprio in ghingheri, quel giorno è fresco come una rosa – gli piace sentirsi così, ogni tanto. Poi, cerca di ridere poco e, soprattutto, di restare sobrio: prova a bere quel tanto, come fanno i signori, per accompagnare il pasto. Così, tutti quelli che lo vedono capiscono che, quando è il caso, anche Mauro lo zoppo sa essere a modo. Comunque, lui non è come gli altri, non spaccia – in quanto a rubare, neanche rubano più gli zingari di qui. Tanto, a lui non servono soldi, da quel punto di vista si sente sicuro. Certo, un letto, un pasto, se non glielo negano è anche perché di fare qualcosa, ogni tanto, glielo han chiesto, e lui ha eseguito, giusto per contraccambiare – ma niente di che, e comunque, il suo portafogli vuoto è rimasto, in ogni caso. Insomma, l’ha sempre fatto per loro, mai per sé o, meglio, solo parecchio indirettamente per sé. Si capisce benissimo che non è tipo da traffici, lui, anche solo a vederlo, anche solo da come ti chiede un euro per il caffè e da come dice “va bene, la prossima volta allora” se gli rispondi che non hai spiccioli – sì, qui costa ancora un euro quasi ovunque, il caffè. E se una mattina, andando a fare colazione, lo incontri e finisce che te lo porti dietro fino al bar e gli offri, oltre al caffè, una pasta, lo vedrai buttar giù il suo macchiato velocemente, dopodiché chiederà che gliela si incarti, la pasta. Dunque ti saluterà al volo e se ne andrà.  Penserai che se la porta a casa, per mangiarsela più tardi, o per darla a qualcun altro. Ma andando fuori anche tu, e girando l’angolo, vedrai che se la sta mangiando lì in fretta e furia, come l’avesse rubata. Alla prima occasione, poi, con calma, ti spiegherà che è stato solo per non fare tanto casino al bar, perché gli cade sempre tutto lo zucchero a velo addosso – e sul cornetto alla crema ne mettono parecchio. Soprattutto, però, avendo pochi denti – gli incisivi partiti tutti – facilmente gli cadono non solo falde di sfoglia dalla bocca, ma anche mezzi bocconi. E poi, stare gomito a gomito con quelli a posto non può funzionare – lo sa bene che non è il suo posto: questo lo dirà tutto nella gola, strizzandoti l’occhio.

I_Miei_Vicini.5(Lella)

L’unica ragione che la porta fuori il pomeriggio sul tardi, tra i recinti ancora roventi, è la pesantezza sospesa che l’immensa buganvillea ti riversa negli occhi asserendo che c’è una sontuosità irriverente nel poco e poi urlandoti dietro che non capisci niente, mentre l’oltrepassi dopo aver lanciato un’occhiata alla casa cui s’appoggia nel dubbio se non sia lei invece a sostenere l’edificio.

Raggiungerà il parco appena uscita dall’isolato di case basse, di auto parcheggiate perennemente in divieto e di cani mai stanchi di presidiare confini. Poi siederà sull’unica panchina all’ombra, tra gli aghi secchi dei pini marittimi e si sorprenderà del bianco rosato di un convolvolo in emersione – sotto i pini non cresce niente, le diceva sempre suo marito. Penserà, sorriderà, tremerà immaginando come sarà l’indomani pomeriggio: certamente avrà ancora meno forze di oggi, la temperatura sarà persino più alta di questi 37 incredibili gradi, il cielo ancora meno terso e gli inquilini del piano di sopra, dopo essersi sputati l’un l’altro veleno in portoghese per tutta la mattina, annienteranno ogni slancio collettivo in un misto fastidioso di singhiozzi – lei – e tremendo silenzio – lui. Certo, ci sono varianti disponibili. L’indomani pomeriggio potrebbe essere diverso. Ma la gamma delle possibilità è nota, oltre che ristretta: niente sarà veramente sorprendente, e i bambini di queste case, qui attorno, saranno già grandi, anche domani cresciuti in un batter di ciglia senza che qualcuno abbia saputo immaginare la giusta chance per loro. Anche domani, insomma, sarà tutto perduto, pensa. E rivede Sabrina, le guance rosa, la treccia lunghissima, una vera maga delle tabelline, immaginava di fare il medico. Così anche Davide, lungo e sottile e col pallino del berretto in ogni stagione, finché non s’é rinchiuso in una stanza. Nessuno va mai dentro da vent’anni quasi, a parte la madre, che si lamenta sempre della sua scarsa propensione all’igiene: non vuole farsi né barba, né capelli, e in aggiunta si lascia lavare pochissimo. Sabrina ha sempre lavorato nel piccolo negozio dei suoi, invece. Ed ora che tutto è cambiato, poiché non riusciva a tirare avanti senza rischiare che l’indebitamento si facesse irreparabile, l’ha chiuso. Perciò, bada a qualche anziano a ore, ché sti anziani, qua, non possono permettersi di più. Allora, le vien in mente Rosa, così pallida e tonda, così dolce con tutti. Sì, lei l’aveva immaginata proprio al suo posto, insegnante: se non alle elementari, magari alle medie, o alle superiori. Invece, ha sempre fatto la stagionale: dodici ore a sgobbare nella cucina di un albergo, o di un ristorante, estati che ti consumano, inverni che ti senti così povera di senso… Ma almeno c’è la disoccupazione, così vai benedicendo santa estate, ché se non ci fosse andresti battendo la testa contro i muri ogni stagione. Lo stesso fa Peppe, benedice l’estate. Doveva fare il manager, lui, per quanto era sicuro di sé, il più di polso e determinato di tutti. S’è ritrovato invece a fare il guardiano di un campeggio da maggio a ottobre, e fortuna che gli dura da anni – l’università: mai finita. Ripensa anche a Marietto. I suoi non abitano più laggiù, all’angolo con via Lago Maggiore; si sono spostati solo di un isolato, in una casa molto più piccola. Hanno sempre avuto cani discreti, i soli che non abbaiavano, a nessuno, ma forse erano troppo discreti anche loro e non gli hanno mai messo un vero freno a quel figlio così esuberante, che ha mezzo ucciso sua moglie solo perché voleva lasciarlo. Ma che puoi aspettarti da un drogato musone – adesso, ché da piccolino era un gioioso vulcano di gentilezza, diceva sempre ciao Lella, anche da lontano, ciao Lellaaaa, e tu magari non lo vedevi ma gli rispondevi forte, ciao gioia mia. Gliene tornano in mente tanti altri, di bambini, come spesso. Queste memorie, dono dei suoi passi lenti e incerti e della pressione bassa, sono la continua conferma di come sia tutto sbagliato, il mondo, e l’esistenza nient’altro che un agguato a ciò che siamo davvero. Ed è importante saperlo, non scordarsene, ripensarci sempre. Le compare un bambino quando si sofferma all’ombra di una casa, quando l’occhio le va verso questo o quel cortile, quando avverte un movimento tra le tende dietro una finestra, quando scorge una sembianza familiare che parcheggia un’auto mai vista – il figlio di, o il figlio del figlio di. C’è sempre un bambino caro qui, per questo non ama allontanarsi dal quartiere, prendere la vecchia Panda 4×4 e fare le sue passeggiate dove è più fresco, magari al mare. Il punto è che, nonostante i suoi molti anni, qui in quartiere non ne ha visto ancora uno, o una, che abbia fatto quel che suo padre chiamava il salto, il vero salto. Certo, qualche professionista è venuto fuori, un medico internista e uno psicologo, persino, poi una avvocatessa, un professore universitario nel ramo dei computer, una ricercatrice di biologia – molecolare, forse – e qualcun altro che ora non le viene in mente. Ah, sì, ecco, c’è pure uno che scrive per la televisione, ma non solo, e pare goda di una certa fama nell’ambiente. In realtà, però, a conti fatti, non han saltato un bel niente, loro. Forse, quella di suo padre era una narrazione inverosimile di come possono andare le cose, perché in generale, qui, i figli, quel che fanno è, anzitutto, disseccare le storie dei loro vecchi – e fortuna che c’era, qualcosa da disseccare.

Mattino, aprile.

A incastrarci è una geometria di ombre lunghe, qui fuori, come un intersecarsi di lame gelide. Definire libertà ormai è facile. E fa ridere. C’interrompono, le ombre, in quest’attraversare il mondo come se il nostro vero posto, che sarebbe altrove, ci fosse stato estorto con l’inganno. Un ragazzo passa per la seconda volta col suo pitbull al guinzaglio corto e il sacchettino delle feci annodato. Se butti l’occhio un poco attorno, a quest’ora del mattino, è chiaro all’istante che invece siamo di qui tutti quanti.
Due donne in camminata veloce parlano di una festa dei cinquant’anni, tenutasi un lustro fa nel parco della tal villa. Una si rammarica del fatto che non ci potranno essere più eventi così. Mancherà il giusto spirito, dice.
Niente di strano se sembriamo indolori quando le ombre di aprile ci tagliano i gesti e le membra, mentre pascoliamo e scrutiamo la parte bassa dell’argine. Ci piace pensarci slancio, flusso, un tutt’uno, ma siamo elementi approssimati, mal (ri)composti ogni volta, arranchiamo: il dolore è di fondo. Lei si spinge col fianco contro il mio perone. Non parla, puntinata del giallo del tarassaco.
Un uomo al telefono dice d’una malattia, seduto sul muretto di casa: mi affatico, mi affatico ancora troppo, non lo so quando mi riprenderò la vita che avevo. E intanto il pero scaglia su di lui le proiezioni dei rami e, insieme ai petali della sfioritura, promesse, anticipazioni, visioni scontate. Non so perché, ripenso all’auto della polizia provinciale che sparava alle nutrie sull’argine opposto, una sera di una decina d’anni fa.
La ragazza col cappuccio arrotonda la linea delle spalle sul carrozzino mentre lo spinge senza leggerezza. Il ciliegio ha negoziato una duplicità col suo innesto – il bianco e il rosa. Anche il prugno: bianco e rosa. Ogni incontro ci ridimensiona. E riesce quasi sempre a spezzarci, un inizio. Malvina, che ha il ventre come una collina franata, ci abbaia con poca voce. Chi la conduce sorride, e la esorta: buona, sta buona Malvina.
Lontano, tu cedi i tuoi capelli sottili al vento freddo di questo aprile che non s’immedesima e t’assomiglia, finto empatico, ma mai spietato abbastanza. Abbiamo già ceduto tutte le voci che avremmo potuto trovare. Resta il grido negli occhi, qualche capello sul labbro.

Sono giorni così

E ci sono tutte le piume di un paio d’ali – aperte, lì fuori – a togliermi peso in questo continuo giro verticale tutto interno a un’assenza, arresa a un tetto di rame che quando il corvo v’atterra – oh, quel frastuono, e tu che trasali – pare mio il salto: all’inferno, che non so più se è dentro ancora o, invece, ormai fuori – di me.