Caterina

Il gelo gliel’avrebbe fatta di nuovo  scura e gonfia, la mano sinistra. Lo sapeva. Tuttavia doveva uscire. Avrebbe lasciato l’altra mano rigorosamente in tasca, ma la sinistra le serviva libera. Le era necessaria per farsi equilibrio, sui passi, ché oramai era così instabile dentro quel claudicare polimorfo, che pareva ballasse sempre, come le aveva detto la sua Betti lo scorso Venerdì, dopo averla da lontano osservata fare il pezzo – un venti metri, all’incirca – tra il panificio e l’ufficio postale. Continua a leggere

DIARIO.padania(n°)

 

Conto gocce da un giorno e la pioggia non ci sommerge ancora. Era acqua impalpabile, siamo fradici e stupiti, adesso, mentre piano penso che potevamo pure farci sordi a certi stridori. E poi bisognava essere più disposti al ridere: di noi, per esempio, d’aver perduto le palpebre.
Ti pulisci le narici dal sangue – dal troppo sentire. Vieni, stiamo un po’ fuori, l’acqua è fredda, avremo sollievo. Ho sgualcito tutte le carte del mazzo, lo so, nessun gioco potrà più essere valido: sarà tutto così serio, terribile e vero, già scoperto ad ogni nuovo principio.
Ci sono scarpe di fango. E nessun passo da lì verso qui.
(Lusinga l’ha oramai spaccato, il petto, allineando gli anni e le vanità senza tregua – non prima che succhiassero Amore, queste, tutto l’amore).

La nebbia ancora

Questa nebbia: che disperde il mondo e stende pelle nuova sui nervi, propaga oltre ogni fondo il respiro, m’allenta i grovigli, mentre accarezza le tempie. Questa nebbia cancella scritture e il futuro, e le smorza,  le logiche, liquide e solide, facendo risuonare il vuoto nel pieno. È così che ci toglie le scarpe. E posa sul battito il battito. Ecco: la resa. Senti che vita.