DIARIO.padania(n°)

 

Conto gocce da un giorno e la pioggia non ci sommerge ancora. Era acqua impalpabile, siamo fradici e stupiti, adesso, mentre piano penso che potevamo pure farci sordi a certi stridori. E poi bisognava essere più disposti al ridere: di noi, per esempio, d’aver perduto le palpebre.
Ti pulisci le narici dal sangue – dal troppo sentire. Vieni, stiamo un po’ fuori, l’acqua è fredda, avremo sollievo. Ho sgualcito tutte le carte del mazzo, lo so, nessun gioco potrà più essere valido: sarà tutto così serio, terribile e vero, già scoperto ad ogni nuovo principio.
Ci sono scarpe di fango. E nessun passo da lì verso qui.
(Lusinga l’ha oramai spaccato, il petto, allineando gli anni e le vanità senza tregua – non prima che succhiassero Amore, queste, tutto l’amore).

La nebbia ancora

Questa nebbia: che disperde il mondo e stende pelle nuova sui nervi, propaga oltre ogni fondo il respiro, m’allenta i grovigli, mentre accarezza le tempie. Questa nebbia cancella scritture e il futuro, e le smorza,  le logiche, liquide e solide, facendo risuonare il vuoto nel pieno. È così che ci toglie le scarpe. E posa sul battito il battito. Ecco: la resa. Senti che vita.

Tillandsia

Il crepuscolo stamani è durato un batter di ciglia. Con gli occhi incollati al vetro della finestra, lei seguiva il cielo schiarire, col blu che si faceva intenso, e di più. Ma s’era allontanata giusto il momento di prendere qualcosa da mettersi addosso che tutto s’era fatto d’improvviso chiaro. Quando è tornata, a guardare fuori, dalla cucina d’un appartamento per lei insignificante su un terzo piano di condominio in una cittadina che non le piace, con vista diretta sul pisciatoio dei cani del quartiere, era già finito tutto. Tuttavia, Continua a leggere