di colpo tutto ti sembra precipizio

Il riattivarsi di quasi tutto il nostro solito daffare ha parecchio oscurato certe vite che durante la clausura s’erano fatte visibili e avevano cominciato a ricamare il mondo di diversità e carezze. Come mai c’era capitato prima, qui, i vari gradi del non umano e dell’umano si stavano incastrando tra loro in maniera più simmetrica e limpida – a me e a te ne veniva consolazione, a qualcun altro cresceva la preoccupazione. Oramai, invece, abbiamo ricominciato a soffermarci sul blu del fiore di cicoria selvatica, sul folto ciuffo verde spuntato da un buco nell’asfalto. Siamo tornati a stupirci pure di piccole cose così. Per esempio, oggi a te è sembrato un evento l’airone cinerino che dal canale s’è alzato per precederti basso sulla Nazionale, e per un bel pezzo, prima di tornare sull’acqua (ti ricordi quanti ne vedevamo nei mesi scorsi?). Ecco, in quel preciso momento, racconti, mentre lui tagliava l’aria verso la tua destra, perpendicolare alla direzione che avevate condiviso per un po’, il mondo ti s’è aperto in tre crepe, dentro un’unica ma lentissima occhiata dopo che avevi deciso di non passare col giallo.
La prima è stata su una possente magnolia magniflora. Era gigantesca, secolare forse, ma non proiettava ombre, pareva. Esattamente come i tuoi fantasmi – così segreti, dici.  Hai pensato alle magnolie tra i palazzi di Milano, poi ai palazzi quando sono tanto alti e allo scuro uniforme che generano se stanno tra loro molto vicini. Hai valutato che a  volte ciò che ci sovrasta resta nascosto a dispetto della sua enormità, se non interferisce con la luce, se cioè non muta palesemente qualcosa nel nostro esistere. Ci accaniamo contro le piccole cose, lamenti, e ce ne freghiamo del potere che quelle grandi invece ininterrottamente esercitano.
E’ poi sbucata come dal nulla una donna con gonna blu e maglietta a fantasie sull’azzurro, con la testa chiara che sembrava incassata in spalle che s’erano ingoiate il collo. Muoveva pedalate lunghe, fonde. T’aveva fatto un sorpasso a destra, superando l’incrocio proprio mentre il giallo diventava rosso e tu avevi avuto paura per lei, mi racconti. L’enorme cassetta di legno montata sulla ruota posteriore della sua bici t’ha fatto considerare che era veramente audace, l’anziana. E hai ripensato alla questione dell’equilibrio, a quanto il sentirne necessità ci renda fragili, un po’ ciechi, poco inclini a spostare il centro fuori da noi. Nella cassetta lei portava un fascio di fiori, incartati come sono incartati di solito i fiori destinati al cimitero.
La terza spaccatura nello smalto di questo giorno limpidissimo di luglio è stata sui tre bambini che giocavano e ridevano nel breve piazzale d’asfalto senza recinto di uno stabile con le tapparelle sconnesse, scurito con uniformità da sessant’anni di smog, a ridosso dell’incrocio. I bambini si somigliavano, ti sembrava, e hai deciso che erano fratelli. In realtà, oltre al fatto che stavano insieme, tu da lì potevi saperne ben poco: avevano in comune il colore della pelle, poi i capelli ricci. Hai quindi considerato i piccoli che vivificano il maneggio cinque chilometri più avanti in queste mattine d’estate: giocano, saltano, urlano e hanno tutti lo stesso colore di pelle – i capelli più o meno castani e lisci, o mossi quel poco. Non li hai mai immaginati tra loro fratelli.
Il verde ha riconquistato il semaforo presto, ti rimetti a guidare come se d’improvviso t’interessasse più niente del mondo. Vai piano. Certo, presti attenzione all’intorno, ma con obiettivi che non hanno molto a che fare con quel costosissimo aprirsi di varchi nel pensiero. Tu e la tua auto siete in marcia ora: tieni d’occhio giusto quel che serve, spieghi. Poco dopo, però, all’altezza della chiesa, che dà sulla corsia opposta, rivedi la donna senza collo. Porta ora a mano la sua bici stracarica di fiori. Sta attraversando sulle strisce pedonali, verso la chiesa – la Polo davanti s’è fermata, per lei. Presumi che con tutti quei fiori ci addobberà un altare invece che una tomba, ché il cimitero è da tutt’altra parte, e ti piace molto di più quest’interpretazione, ti pare persino più sensata, ma eccolo: ti torna addosso il sentimento d’errore che ti s’era accodato poco fa, al semaforo.  Di colpo tutto ti sembra precipizio, me lo dici – e parli di terrore – anche se sai che ai racconti degli altri io non m’affeziono, mai.

Gina & Marieta (1° maggio)

Resti lì tu adesso. Non ti tiro su, no – aveva parlato al suo bastone, che era scivolato a terra. Da quando s’è rifatta l’anca, ed è già più di un anno, Gina ha dovuto adottare Ménego – così lo ha ribattezzato. Però, solo per sentirsi più sicura, dice, certo non perché non sia buona a camminare senza di lui. Non appena può, infatti, se ne libera. L’aveva appoggiato al vecchio prugno poco prima, fermandosi a chiacchierare e gustandosi il poter abbandonare un poco il suo mezzo busto al punto di contatto tra la spalla sinistra e il tronco drittissimo e regolare dell’albero, tirato su con cura e sapienza, quella volta.

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