il denso il biancore e l’instabile – il fumo – a insinuarsi nelle increspature. Lo zucchero da raffreddare, ché il miele mica è bastato. E mescolo, mescolo, mescolo, lasciando che tutto cada dentro: il sole dai vetri, il freddo rimasto, il sottovoce continuo, la rabbia, che non dura, le scarpe quella volta, i fiori-rosa i vortici la carta gli accapo e i cani, il rimodularci sempre, a fondo – con parole, che sono matrice. E giù anche l’osso, l’incastro, clavicola e sterno, le cornici, la pancia e i silenzi tremendi, le inferenze sbilenche, le vene nei polsi, poi inguine supplice e pelle, pelle adorata, di memorie e respiro. C’è l’avvizzire e l’avere tutto assorbito, e c’è questo provare a dire NORMALE, adesso, coi ginocchi conficcati dentro la schiena, fradici. Però senza cedere, in niente, ancora così certa di amare..

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