DIARIO.padania(33)

Ho un anticipo esagerato, stavolta.

Siamo in quattro, sul marciapiede: io, un uomo sui sessanta, uno sui cinquanta e un’altra donna, sui quarantacinque direi. Indossa un paio di pantaloni grigi, il primo. Sono larghi e rigidi. La polo scura dentro alla cintura nera fascia il ventre, prominente ma non esagerato, sebbene si noti. I suoi ricci sono color piombo, letteralmente, così come i grandi baffi. Ha in mano un sigaro tipo olandese, spento, ancora tutto intero, poi una staffa di metallo, impugnata con la sinistra.

SCIÒ, SCIÒ – da una voce potente.

L’altro uomo indossa una felpa arancione sopra a pantaloni corti, marrone, poi scarpette sportive chiare e calzini chiari anch’essi. Ha una specie di smorfia che gli rende il viso leggero, non già sorridente, ma come svagato, col pensiero indirizzato altrove ma senza che qui non gli piaccia, verso cose da fare, ma non certo incombenze. Passa una coppia, di mezza età, agghindata da gran turismo e mano nella mano. La donna, al telefono, va dicendo: NON PREOCCUPARTI, NON SIAMO IN FRANCIA. SIAMO A VENEZIA, NON A NIZZA! LO SO, PAPÀ, È TERRIBILE, MA STAI SERENO, NON AGITARTI, e prosegue con tutta una serie d’accorati inviti alla calma, finché non esce dal mio raggio uditivo.

SCIÒ, SCIÒ – s’agita nell’aria, l’asta di ferro.

La donna del trio, eccola. Come i due, ha la pelle abbronzata, parecchio. È molto magra e, dentro ai leggings color jeans, ha gambe lunghissime. Le infradito di plastica sono quasi dello stesso colore delle unghie, fuxia. È seduta sul muretto, quello col quale sta da anni incastrata la piccola palma, fuori dalla biblioteca. Ha accanto l’uomo più giovane, ma non è che si parlino. Getta lo sguardo dentro a un preciso invisibile, a una qualche essenza, forse quella che tiene l’ora attaccata a questo posto senza più panchine, che ci tiene in scena tutti, che non fa proclami e non risolve, ma ci racconta storie che non avevamo saputo immaginare.

SCIÒ, SCIÒ – e un piede batte con forza il suolo.

Indosso una blusa con maniche a tre quarti, io. Alterna il beige e il grigio in sottili righe orizzontali: è orrenda, ma mi s’addiceva, stamattina. Passa una grassa fanciulla, bianchissima, con indosso un abito lungo, leggero, bianco anch’esso, che il vento strapazza e avvolge alle gambe e spinge dentro all’inguine, facendola sembrare completamente in balia, indifesa, da proteggere. Riesce a distogliere dalle sue occupazioni mentali l’uomo seduto, che la guarda, senza mutare l’espressione fissa sul viso, o forse sì, sorride, mi pare. Sopra alla blusa ho un gilè, per fortuna, poi i jeans dentro a gli stivali: c’è un freddo, stamani, e non me l’aspettavo. È il vento, che mi ha spaccato già le labbra. Forse dovevo fermarmi in un angolo un poco riparato.

SCIÒ, SCIÒ, VIA – fa ancora lui.

Intanto l’uomo più giovane s’è messo in piedi, s’è tolto la felpa, l’ha piegata con una cura estrema e l’ha inserita nel suo carrello portaspesa, a ridosso del muro della biblioteca, in angolo, accanto a un carrello gemello e a qualche borsa piena di cose. Ha una T-shirt d’un blu brillante, più chiaro di quello della canottiera di lei. Rimanda a i suoi occhi oceanici, poi accentua il biondo cenere della capigliatura – forse ne ha un po’ meno di cinquanta, di anni, a pensarci bene. I capelli di lei sono molto scuri, invece, venati un poco di bianco per tutta la lunghezza, crespi, con una folta frangia irregolare e divisa in mezzo, che lambisce le sopracciglia curate, finissime, mica come le mie, sempre più informi e asimmetriche. Passa un’anziana spingendo un deambulatore sul quale sta seduto un giovanissimo gamer che s’accanisce su la sua consolle portatile. STIAMO ANDANDO AL MERCATO A PRENDERE LA VERDURA, dice l’anziana, COSA VUOI TU OGGI? ZUCCHETTE? TEGOLINE? POMIDORO? Non ti risponderà, penso, e li seguo finché non scompaiono, all’incrocio in fondo. Hanno poi taciuto entrambi per tutto il tempo.

SCIÒ, SCIÒ, SCIÒ – urla sempre più forte.

Sono tornata ai miei compagni di marciapiede: lei ora è intenta a truccarsi gli occhi scuri e piccoli. Guardando dentro a un presunto specchietto a conchiglia nella mano sinistra, sta passandosi il mascara sulle ciglia di destra. Sembra non produca effetti il gesto, lento e ripetuto, ripetuto, ripetuto, ripetuto… L’occhio, almeno da questa distanza, m’appare sempre uguale all’altro, chissà se c’è ancora mascara in quel flacone. Non si ferma più, mentre l’uomo più giovane è tornato a sederle accanto, più vicino di prima, attaccato. Penso al mio cane e al bisogno che ha di appiccicarsi a un corpo altro, quando dorme. Poi mi torna in mente quel tavolino di bar, un pomeriggio d’estate di quasi trent’anni fa, quando Guillame disse che il bisogno di contatto fisico è tipico della lower class e io risposi che non poteva essere, che era vero semmai il contrario – prima d’allora mai avevo veramente provato a ragionare in termini di classi.

SCIÒ, SCIÒ, SCIÒ, SCIÒ – e il bastone di ferro a destra, poi a sinistra, finanche si piega a batterlo al suolo, con rabbia. Urla SCIÒ non appena un piccione, o un merlo, o un passero, si posa a beccare tra l’erba. Ed è pieno di piccioni e merli e passeri attorno a queste aiuole – SCIÒ, VIA! Quindi arriva il momento in cui non posso più evitare di guardarlo in faccia. E gli sarò sembrata interrogativa, perché lui, assumendo un’espressione simpatica, allarga le braccia come a dire NON RIESCO A FAR MOLTO, TORNANO SEMPRE. Allora il suo compagno, mezzo ridendo, fa LUI NON LI VUOLE, GLI UCCELLI. Ed io EH, LO VEDO. Come incoraggiato, riprende subito, e c’è solo un merlo adesso – SCIÒ, SCIÒ.

Tu sei puntualissimo.

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