Plateatico, Patti.

Gira un soffio scuro, segue la minaccia del temporale che aveva stagliato una luce gialla alle spalle di lei, nere di cotone grosso, la pelle chiarissima sotto i fori della lavorazione, il filato semilucido – vorrei  indossarla io una cosa così, sto morendo di freddo.
SAI CHE HO LAVORATO VENTIDUE ANNI PER UNA FAMIGLIA? Lui era rimasto in silenzio; forse aveva fatto qualche cenno con gli occhi, ma nessuna parola.
HO DATO L’ANIMA A QUELLA FAMIGLIA, NON SOLO IL MIO TEMPO aveva continuato lei, PERCHÈ QUANDO FAI CERTE COSE NON PUÒ ESSERE CHE RESTINO SOLO UN LAVORO. Qui lui aveva detto SÌ con la testa mentre ordinava due birre medie alla fanciulla che s’era avvicinata per la comanda – una parannanza lunghissima addosso, nera, con un grappolo viola ricamato all’altezza del cuore.
PATTI, CHE DICI, PIOVERÀ? fa poi, guardando il cielo scuro a destra, il cielo scuro a sinistra, il cielo scuro sopra la testa. Patti si stringe le spalle tra i polsi incrociati, simula un brivido. HAI FREDDO le chiede portando gli occhi sull’indumento, NON COPRE GRANCHÉ QUEL COSO LÌ.
É GIUSTO UN COPRI SPALLE fa lei, NON CREDEVO SI SAREBBE MESSO COSÌ, IL TEMPO, MA NON IMPORTA, NON SONO DI CERTO QUESTI I PROBLEMI, catturando finalmente la sua vera attenzione. DICEVI DEL LAVORO… SCUSAMI, DIMMI, guardandola.
DICEVO DEL MIO EX LAVORO, SÌ. É STATA UNA MAZZATA, UNA DELLE PEGGIORI DELLA MIA VITA, CREDIMI. MAI AVREI DETTO CHE SAREBBE FINITA COSÌ, NON AVREI PROPRIO MAI, MAI CREDUTO, con l’aspettativa chiara d’una richiesta d’approfondimento.
Probabilmente pensando, come me, che in questo modo si parla in genere delle storie finite, cioè delle delusioni d’amore, lui le chiede cosa le avessero mai fatto, i suoi datori di lavoro. Allora lei racconta di come il trasferimento della famiglia in quella che era stata per anni la casa delle vacanze, in un Comune alquanto distante, fosse stato programmato da tempo e come lei fosse stata invece avvisata e dunque liquidata solo a cose fatte e cioè, in pratica, non avvisata.
Di tanto in tanto gettando lo sguardo di fianco, a terra, con la tensione a sciogliersi tra le irregolarità del porfido scuro, Patti racconta dell’ultima telefonata con la sua datrice di lavoro e lancia qualche occhiata gonfia anche verso me, al tavolo accanto – siamo solo in cinque nel plateatico e i miei due compagni di serata se la raccontano tra loro avendo ucciso ogni mio interesse già sul nascere. Era stata chiamata per essere informata, senza tanti giri di parole, che non c’era più bisogno della sua collaborazione in quella casa. FACEVO SOLO QUATTRO ORE ADESSO, NEGLI UTLIMI TEMPI, PER DUE VOLTE A SETTIMANA. PERÒ IN PASSATO, SPECIALMENTE QUANDO I SUOI FIGLI ERANO PICCOLI, ANDAVO ANCHE TUTTI I GIORNI E FACEVO PARECCHIE ORE. Parla quindi del suo essersi presa cura dei ragazzi: preparava loro il pranzo, andava a prenderli a scuola, li aiutava con i compiti, almeno negli anni delle elementari – gli occhi sempre più lucidi e grossi, le dita a martoriarsi l’un l’altra.
HAI FATTO IL TUO LAVORO CON IL CUORE, fa lui a un punto.
ESATTO, CON TUTTO L’AMORE L’HO FATTO. E CREDIMI, LEI NON SI È MAI DOVUTA PREOCCUPARE DI NIENTE. COL MIO PART TIME IN NERO IO LE HO TENUTO SU UNA CASA DI CENTOQUARANTA METRI QUADRATI E, SI PUÒ DIRE, UNA FAMIGLIA PER VENTIDUE ANNI, RENDITI CONTO, con voce quasi rabbiosa ora, raccontando persino dei cappotti da mettere all’aria e spazzolare prima di riporli in armadio, quando l’appendiabiti in ingresso si faceva troppo pieno di cose. I bicchieri della birra intanto si son fatti mezzi vuoti e da terra s’alzano polvere e foglie leggere, mentre allegramente si redistribuiscono le collinette di minuscoli petali rosa.
MA ROBI, TU HAI NOVITÀ? fa anche lei una domanda, dopo un pezzo che ha parlato di sé. NESSUNA, CARA PATTI; CONTINUO AD ANDARE IN PIZZERIA TRE SERE TUTTE LE SETTIMANE. E VA BENE, MI RITENGO FORTUNATO, ANCHE SE, CERTO, PER QUESTO LAVORO NON POSSO AVERE TUTTO L’AMORE CHE INVECE HAI AVUTO TU. E sta oramai piovendo.
Ce ne andiamo tutti.

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